Captain Marvel e Wonder Woman: Scritture Femminili Ai Tempi Del Cinecomic

Captain Marvel e Wonder Woman: Scritture Femminili Ai Tempi Del Cinecomic

Dopo la scesa in campo di Wonder Woman nell’universo Dc era solo questione di tempo prima che la Casa Delle Idee riuscisse finalmente a dedicare uno stand alone ad una supereroina capace di confrontarsi sulla questione femminista riuscendo allo stesso tempo a portare all’attenzione del pubblico un personaggio credibile e attuale.

Il problema principale quando si va a ragionare su personaggi femminili forti, indipendenti, capaci di ergersi a icone femministe, al di là del loro essere donne, non è tanto nella mancata rappresentazione di simili modelli nell’audiovisivo (il cinema e la serialità televisiva ) quanto nella difficoltà di cogliere il momento giusto o, restando in tema di cine-fumetto, sapere come muoversi nello sviluppare una forma e un contenuto adeguato ai tempi, alle esigenze del pubblico e soprattutto alla comprensione sul tipo di lavoro che deve essere fatto sul personaggio e sulla storia da trattare. Riflessioni che ci permetteranno di capire come in Captain Marvel si sia cercato di lavorare su questa nuova eroina del MCU e come si relaziona con l’universo narrativo di cui fa parte in parallelo a Wonder Woman.

È già da diverso tempo che i medium audiovisivi ci offrono e continuano a proporre personaggi femminili di un certo rilievo, libere da vuoti stereotipi e inserite dentro un percorso evolutivo che le ha viste diventare icone immortali. Pensiamo a Ellen Ripley, figura ricorrente e sempre più protagonista della saga di Alien; a Sarah Connor, madre e combattente del futuro capo della resistenza contro le macchine assassine nei due Terminator di James Cameron; alla Katniss Everdeen di Hunger Games o all’ Imperatrice Furiosa, che in Mad Max: Fury Road che ruba spesso la scena al vero protagonista. Pensiamo alle eroine del piccolo schermo lanciate da serie tv come Xena – principessa guerrieraBuffy – L’ammazzavampiri o Alias. Potrei continuare ancora tanto per dare una stima di tutto ciò.

Inserendoci in modo più specifico nel genere del cinefumetto appare piuttosto rilevante notare come la possibilità di poter apprezzare Wonder Woman Captain Marvel sia successivo alla completa definizione del genere stesso, che ha trovato la sua svolta definitiva negli anni 2000, in una fase che vedeva nascere il Marvel Cinematic Universe con il primo lungometraggio Iron Man del 2008 e la ridefinizione del genere da parte di Christopher Nolan che ha riletto sotto la lente del noir e poi inserendo riflessioni sull’etica attraverso la trilogia del Cavaliere Oscuro. In questo momento che potremo definire “embrionale”, tra prodotti che ben armonizzano le richieste produttive alle necessità artistiche dei registi (oltre a Nolan, pensiamo anche al lavoro compiuto da Bryan Singer con gli X-Men) e qualche risultato non completamente riuscito, si stagliano le prime pellicole che hanno tentato di portare una supereroina sul grande schermo: Catwoman di Pitof del 2005 e Elektra di Rob Bowman del 2006. Nonostante ci troviamo di fronte a due film provenienti da case di produzione diverse (il primo la Dc e il secondo la Marvel) è possibile intravedere delle forti assonanze.

Entrambi nascono come costole di Adamo da progetti filmici già usciti al cinema: Catwoman è una sorta di reebot del personaggio di Selina Kyle che racconta le origini della donna gatto lavorando in modo abbastanza superficiale sulla caratterizzazione della protagonista, puntando tutto sulla fisicità (Halle Berry prende il testimone di Michelle Pfeiffer) e sul cambio di setting (che nei fumetti era Gotham City). Elektra nasce come diretto spin off del Daredevil di Mark Steven Johnson, per cui la produzione ha deciso di puntare sul carisma e l’appeal di una Jennifer Garner in grado di farsi apprezzare come controparte dell’antieroe di Hell’s Kitchen, ma con una storia capace di viaggiare in solitario, scavando maggiormente sull’interiorità e sui traumi della protagonista. Entrambi flop al botteghino, bistrattati da critica e pubblico, appaiono ancora come due tentativi inespressi, come se si fosse voluto fare un giro di prova, una sorta di test per capire quanto due figure secondarie potessero trovare una loro strada indipendente, ma parliamo di un momento in cui ci sono troppe incertezze nel lavorare a progetti simili. La scrittura è priva di qualunque scavo psicologico o ricerca di phatos drammatico (Catwoman né è perfetto esempio, Elektra prova ad essere un’eccezione ma si concentra su un classico e bidimensionale racconto di vendetta/redenzione), la storia è puro elemento accessorio preferendo allora concentrare l’attenzione all’action pura e semplice, alla fisicità, alla superficie e alle direttive di produttori e registi che forse non hanno ancora compreso il potenziale. Era troppo presto.

Nel 2008 viene inaugurato con Iron Man l’inizio del Marvel Cinematic Universe. Incomincia a prendere corpo un progetto organizzato attorno all’idea di una serializzazione delle varie pellicole prodotte dallo studio, con Kevin Feige a capo di tutto e che proseguirà anche in ambito televisivo con serie tv dedicate a personaggi come Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage, Iron Fist, gli agenti dello S.H.I.E.L.D. e gli Inumani.

Ogni pellicola dovrà portare avanti il racconto verticale, inerente al focus e all’evoluzione dell’eroe protagonista, e sviluppare quella linea orizzontale che porterà alla definizione delle tre Fasi della narrazione estesa che proprio quest’anno con Avengers – Endgame concluderà un ciclo di ben undici anni di successo sia da parte della critica che del pubblico. La visione d’insieme del progetto Marvel e la solidità garantita nel processo creativo permette alla scrittura di lavorare in modo sempre più complesso e stratificato con la materia e di inserire personaggi femminili rilevanti, capaci di evolvere alla pari dei colleghi uomini e di ritagliarsi uno spazio fondamentale all’interno della trama.

Pepper Potts, segretaria e interesse amoroso di Tony Stark, diviene una donna in carriera a cui viene assegnata la guida delle Stark Industries. Peggy Carter è un’agente che dopo la perdita di Steve Rogers, darà un contributo non da poco alla nascita dello S.H.I.E.L.D. mostrandosi donna d’azione coraggiosa e consapevole del proprie qualità, nonché capace di farsi largo nell’ambiente spionistico degli anni 40’ scardinando quella mentalità maschilista che la vorrebbe relegata ad un semplice lavoro d’ufficio (tanto da meritarsi con Agent Carter una serie da protagonista di due stagioni). All’interno della Fase Uno, fa il suo ingresso, seppur ancora priva di una narrazione che possa far luce sul personaggio in modo esaustivo, anche Vedova Nera, membro attivo degli Avengers nonché figura cardine e di diverse pellicole. Ex agente del KGB, spia e braccio destro di Nick Fury, storico direttore dello S.H.I.E.L.D., Natasha Romanoff ha avuto modo di crescere dalla sua prima entrata in azione rispetto a quanto mostrato in Iron Man 2, dove si limita a esibire le sue letali abilità nella lotta corpo a corpo. Con le pellicole corali Avengers e Avengers – Age of Utron (guarda caso dirette da quel Joss Whedon che aveva regalato al pubblico un emblema del girl power a tutto tondo come Buffy) non solo si comprende come mai una donna priva di superpoteri riesca a dare il proprio contributo facendo leva sulle sue capacità di persuasione e di inganno (come vediamo in serrato dialogo con Loki o nel suo rapporto con Hulk e Occhio Di Falco) elevandosi sempre alla pari dei suoi colleghi, ma il pubblico ha potuto comunque intravedere un lavoro di caratterizzazione sul personaggio che la arricchisce di sfumature, fragilità e particolari anche dolorosi sul suo passato che troveranno modo di essere approfonditi nel suo primo stand alone, previsto per il 2020.

Hope van Dyne / Wasp ha dovuto attendere il 2018 prima di poter agire al fianco di Antman, ma finalmente con Ant-man and the Wasp ha avuto anche lei la possibilità di mostrare le sue doti. Proprio Wasp alla pari del suo collega è costretta a scendere a patti con questioni morali che la toccano nel privato e quando si tratta di agire è dotata di un costume perfettamente funzionale allo scopo, non finalizzato a metterne in mostra la siluette, come spesso capita con le superdonne (basterebbe riguardarsi dieci secondi di Catwoman per capire cosa voglio dire).

La vera scommessa vinta dalla Marvel si potrebbe riassumere proprio in questa definizione a lungo termine dei suoi protagonisti attorno a cui le menti creative sono riuscite a costruire archi narrativi solidi, funzionali al racconto esteso ma attenti alle psicologie e all’evoluzione di ciascuna figura, dando però la giusta attenzione anche alle controparti femminili, dotandole di forza, ma soprattutto della volontà di autoderminazione e di non restare passive di fronte ad un controllo “esterno”. Oltre ai nomi già citati, pensiamo alle figlie di Thanos, Nebula e Gamora, rapite e modificate geneticamente per diventare armi del Titano Folle, ma che si ribellano e scelgono di combattere per qualcosa di più alto; a Wanda Maximoff, alias Scarlett Witch, dapprima nemica degli Avengers, per poi diventare alleata tanto potente quanto consapevole dell’utilizzo pericoloso dei suoi poteri, o, per citare un nome al di fuori dell’universo cinematico, a Jessica Jones, anche lei ragazza che ha subito il controllo mentale di un uomo potente per poi ribellarsi e combatterlo, mostrandone un aspetto non proprio edificante come la sua dipendenza dall’alcol. 

Donne prima ancora che eroine, esseri umani che rappresentano il perfetto bagaglio con cui si andrà a definire Carol Danvers che ora giunge alla nostra attenzione. 

Wonder Woman e Captain Marvel sono due pellicole che in modo diverso organizzano un discorso nella rappresentazione della supereroina e nella riproposizione dell’origin story supereroistica che per forza di cosa acquisisce una piega particolarmente significante proprio in virtù di un momento storico in cui le questioni femministe sono tornate prepotentemente alla ribalta. Il punto però è arrivare a comprendere come Diana, principessa delle Amazzoni, da un lato e Carol Danvers, recente versione di Captain Marvel, dall’altro, compiano quel sentiero che le porterà a ricoprire il ruolo che spetta loro alla pari degli altri supereroi.

La DC è riuscita senza dubbio a giocare d’anticipo facendo esordire il personaggio direttamente con Batman V Superman, dove Diana Prince appare già come un’eroina formata, cosciente della brutalità del mondo e delusa di ciò che ha visto, dal giorno in cui lasciò l’isola di Themyscira, diversi anni fa. Nella pellicola di Zack Snyder, ha avuto modo di mostrare le sue indubbie qualità partecipando alla battaglia finale che vede contrapporre i due eroi contro il pericoloso mostro Doomsday, ma non c’è ancora modo di sapere chi è e cosa l’abbia portata a quel punto. L’unico indizio è racchiuso in una vecchia foto scattata nel 1918, in cui la donna appare insieme a dei soldati con la veste da amazzone e armata di spada, scudo e del Lasso di Estia. Proprio da questa immagine inizia il lungo flashback del film Wonder Woman diretto da Patty Jenkins, in cui Diana ricorda la sua “storia delle origini”. In questo film il percorso di Diana si struttura all’interno di una cornice dal taglio “mitologico”, secondo le tappe classiche e necessarie del viaggio di formazione dell’eroe teorizzate da Propp, Cambell e Vogler: c’è la “presentazione del mondo ordinario” (in questo caso l’isola in cui Diana cresce, alimentata dal mito delle divinità Greche come origine di tutto); c’è la “chiamata all’avventura” (a seguito dell’arrivo di Steve Trevor, Capitano dell’Esercito degli Stati Uniti, che appunto è messaggero della grande Guerra che sta distruggendo l’umanità e che minaccia anche Themyscira); il “superamento della soglia” (gli Ordini dall’alto che impongono a Steve e Diana di non intervenire); le “prove”, le gesta che conducono l’eroe a rivelarsi (il lungo combattimento con i tedeschi, episodio che verrà immortalato nella famosa foto sopra citata) e la lotta contro il Male, eventi che porteranno Diana a diventare l’eroe definitivo, maturo e consapevole intravisto in Batman V Superman e che combatterà nelle fila della Justice League.

Altro discorso quello che riguarda la Marvel sull’altra sponda. Captain Marvel è il ventunesimo titolo del Marvel Extended Universe, il passo che accompagna la narrazione al Finale di Partita e alla riscossa degli Avengers contro Thanos, uscito vincitore nello scontro drammatico di Infinity War, e che anticipa il nuovo corso che sarà. Una digressione che spiega finalmente cosa si cela dietro la disperata richiesta di aiuto di Nick Fury prima di subire gli effetti del guanto dell’infinito. Un film “ponte”, che racconta la storia delle origini di Carol Danvers e la inserisce nella trama orizzontale, prelevando il contesto d’azione direttamente dagli anni’90, ben prima di fare la conoscenza di Tony Stark, Thor, Hulk, Ant-man e di tutti gli altri supereroi. Dopo Captain America – Il Primo Vendicatore, un altro stand alone che ci svela particolari e dettagli ancora sconosciuti su quanto il pubblico ha visto e conosciuto in questi undici anni di storie organizzate da Kevin Feige e sceneggiatori. Ad esempio Nick Fury viene presentato in modo molto diverso, non è ancora il capo dello S.H.I.E.L.D., ma un agente inconsapevole dell’esistenza di supereroi e delle minacce aliene che metteranno a rischio l’umanità (l’iniziativa Avengers nasce proprio in seguito all’incontro con Carol). 

Captain Marvel si pone come episodio “filler” della serie che riunisce in uno stesso lungometraggio l’ambientazione “spaziale “dei Guardiani della Galassia a quella “terrestre” con un’impostazione di scrittura che fa della contaminazione di generi il suo punto di forza (la fantascienza, l’action e il buddy movie) e che trova perfettamente senso nella natura ambigua e duale della protagonista; una donna aliena ma dal passato umano, un’identità spezzata seppur sempre in via di definizione che prende le distanze dalla classica storia delle origini dell’eroe per farsi racconto di maturazione e riscoperta di sé. Non è un caso che la scelta della casa di produzione abbia puntato su una coppia di registi indipendenti come Anna Boden e Ryan Fleck che nella loro filmografia vantano titoli in cui si raccontano personalità in crisi, problematiche, non perfettamente inserite nel proprio ruolo sociale (come capita ai protagonisti di Half Nelson e 5 giorni fuori) o in cerca di un’affermazione (come al ragazzino di Sugar). La protagonista che vediamo all’inizio di Captain Marvel non ha alcuna memoria di chi fosse prima di essere accolta su Hala, pianeta nativo dei Kree, razza aliena di nobili guerrieri di cui farà parte entrando nella Space Force per combattere la guerra contro la minaccia di esseri mutaforma, meglio noti come Skrull. Il nome che le viene assegnato, Vers, è solo metà di una mostrina spezzata, in virtù del suo trascorso di pilota dell’aeronautica, il cui come nome completo è Carol Danvers. Prima di poter utilizzare i suoi incredibili poteri (la capacità di assorbire ed emettere raggi fotonici) le viene detto di imparare a tenere sotto controllo le emozioni, a mettere da parte quel passato che è fonte di domande e dubbi (debolezze che non si addicono ad un Kree, soldato che pone la razionalità e l’ordine come principi saldi) ma che scoprirà essere un requisito essenziale per la sua crescita. Dopo la cesura, la distruzione delle certezze e il depotenziamento identitario dell’eroe messi in atto con Infinity War, la Marvel propone una protagonista che non impara l’uso dei poteri e non è alla ricerca di uno scopo che la porterà a trasformarsi in Captain Marvel, al contrario, il personaggio è già formato e compie un viaggio a ritroso che la riporta sulla Terra a contatto con una dimensione non più “mitica”.Si tratta di ripartire dalle macerie e dai traumi, confrontarsi con l’altro (fondamentale il legame con Fury, la solidarietà femminile rappresentata dall’amica Maria Rambeau) e con le proprie radici per ritrovare un equilibrio che sente di aver perso e liberarsi di quei legacci simbolici che le impediscono di realizzarsi e di sentirsi completa.

Una narrazione, quella imbastita in Captain Marvel, che coinvolge la sfera più interiore e psicologica del personaggio rispetto a quella etica ed esemplare di Wonder Woman. Un altro aspetto che sottolinea ciò è soprattutto l’assenza di un villain vero e proprio: nonostante i diversi scontri fisici che la coinvolgono, il momento più importante arriva quando un’entità tenta di soggiogarla e la stessa le appare come il riflesso del suo Inconscio, un Super Io che nelle sembianze di mentore, un “modello di riferimento”, vuole ricondurla ad un ordine, ad un controllo e farle rinnegare le proprie debolezze umane (le qualità legate all’istinto, la fiducia, la compassione) e il suo spirito indomito e impulsivo, piuttosto che spingerla dalla parte di un Male assoluto. Per Diana Prince, invece, l’umanità deve essere salvata non tanto da sé stessa, quanto dalla presenza di Ares, il Dio malvagio che sussurra alle orecchie dell’uomo volontà di autodistruzione e violenza. Il Male, proprio nell’ideologia e nella concezione narrativa cha fa parte della Dc, è un qualcosa di assoluto che trascina con sé l’uomo e quanto c’è di buono, mentre il Bene esiste finché ci sarà un eroe disposto a incarnare l’estremo portatore della luce e di estrema speranza (come accadeva per Superman in Man of Steel) contro la malvagità. Un concezione assai diversa da quella della Marvel, secondo cui bene e male non sono valori assoluti, ma fanno entrambi parte della natura umana. Il Male in questo caso è la diretta conseguenza di scelte compiute da un villain ma anche dallo stesso eroe, che hanno portato a determinati esiti.

Diana Prince e Carol Danvers seguono percorsi opposti in un contesto altro che le porta a relazionarsi con realtà che alla fine cambiano la loro visione del mondo e a diventare le figure iconiche chiamate a fare da protagoniste nei loro rispettivi universi narrativi. Un’altra differenza sostanziale sta soprattutto nel tipo di maturazione a cui esse giungono e nel valore del messaggio di cui si fanno portatrici.

Diana è la figura divina che sceglie di difendere il mondo ma solo una volta che ne è entrata in contatto. Deve aprire gli occhi sulle contraddizioni dell’umanità e farle rientrare nel suo sistema di valori. Dapprincipio crede che gli uomini siano creature deboli, vittime del Male che agisce su di loro invece che fautori dello stesso, ma combattendo al fronte della Grande Guerra si rende conto che essi hanno sempre agito secondo il libero arbitrio e che nella loro storia si sono spesso macchiati di azioni mostruose e violente. Allora la fede diviene possibile attraverso un gesto di amore e di eroismo, compiuto da Steve Trevor, che pur non assolvendo l’umanità agli occhi dell’amazzone divina, le permette di acquisire forza nella speranza che il mondo meriti di essere salvato nonostante tutto. Peccato che al di là di una narrazione che risolleva certamente la figura femminile dalla passività della damigella in pericolo o della principessa ingenua, Diana Prince divenga Wonder Woman unicamente in relazione di Steve Trevor, del sentimento d’amore che la unisce a lui e che, alla fine, il sacrificio estremo riporta l’uomo, e non lei, come eroe attivo della storia. Il film di Patty Jenkins sceglie la via del ribaltamento dei ruoli nelle dinamiche eroe/damigella in pericolo o nelle situazioni che vedono la protagonista “ingessata” negli abiti (per così dire) indossati per confondersi con la gente, ma si limita a questo. Nonostante il racconto si dimostri lineare e orientato all’esaltazione della forza femminile, si perde dietro scelte di scrittura piuttosto ingenue e ideologicamente ancora troppo confuse. Fallisce nel creare quel contesto che avrebbe dovuto garantire solidità alla narrazione e pregnanza al messaggio di base nelle scene decisive, come nel momento in cui Diana attraversa la Terra di Nessuno dando prova del suo potere (come è possibile che un manipolo di appena sei soldati tedeschi e una mitragliatrice possano aver tenuto fermo per un anno un intero battaglione?) o nelle scene più intime, caratterizzate in modo abbastanza superficiale. Wonder Woman si dimostra dunque un film che pur consegnandoci un’eroina femminile iconica, determinata e capace di ergersi a simbolo di pace, di etica dei valori e dell’antimilitarismo, non possiede ancora quella compattezza discorsiva che ci si aspettava. 

A differenza di Diana Prince (e riprendendo il discorso sulle donne dell’Universo Marvel), Carol Danvers è la diretta prosecuzione di una parità di genere consolidata, un esempio di emancipazione in cui la donna non ha bisogno di una relazione sentimentale né di lasciarsi condizionare da quelle figure (mentori e non) che hanno sempre cercato di definirla (spesso per limitarne e controllarne il reale potenziale). Si tratta di donne che non ci stanno più a sentirsi dire cosa fare, ma a differenza della prima, non c’è più una figura idealizzata bensì una più fallibile, irrisolta e concreta.

Se Diana Prince è la dea guerriera che accetta di difendere l’umanità dopo aver maturato una maggiore conoscenza sul mondo, ergendosi a simbolo di speranza e alla fine si trasforma in eroina definitiva, Carol Danvers abbraccia finalmente la sua natura di supereroina solo quando si riappropria della sua identità e comprende cos’è che l’ha sempre resa forte ben prima di acquisire i poteri: lo spirito di abnegazione, la testarda volontà di rialzarsi da terra dopo ogni caduta, di non arrendersi dinanzi al fallimento. La forza di Captain Marvel deriva dunque dalla sua stessa umanità e da tutte quelle caratteristiche che l’hanno da sempre definita come persona ed è proprio in virtù della sua autodeterminazione, del rifiuto di qualsiasi condizionamento mentale e della propria capacità di relazionarsi con il prossimo attraverso l’empatia e l’istinto che sceglie quali battaglie vale la pena combattere. Il film si fa così portavoce di un messaggio politico non legato esclusivamente alla questione di genere, aprendosi piuttosto ad una prospettiva umanista e universale con impliciti riferimenti alle discriminazioni e alle problematiche della nostra realtà contemporanea (l’immigrazione, il dramma dei profughi). 

Ora solo il tempo ci dirà cosa potranno offrire queste due eroine più avanti: chissà se nel sequel previsto per l’anno prossimo, Wonder Woman rientrerà nel piano di ripensamento creativo attuato dalla DC con i recenti Aquaman e Shazam!. Captain Marvel per il momento appare una figura di cui si sta seguendo un processo evolutivo ancora in divenire, fuori fuoco, com abbiamo visto più “decostruttivo” rispetto a quello della rivale, ma troverà di certo un pieno completamento nel futuro che la Marvel ha già pensato per lei.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.