Roma FF14 – Light Of My Life – Per Una Via Sperimentale Della Fantascienza Postapocalittica

Roma FF14 – Light Of My Life – Per Una Via Sperimentale Della Fantascienza Postapocalittica

Analizzare Light Of My Life, significa, almeno inizialmente, confrontarsi con quell’anomalia dello show buisness contemporaneo rappresentata dai fratelli Affleck.

A ben guardare, Ben e Casey Affleck sono due animatori del contesto cinematografico contemporaneo che, a loro modo, finiscono per trascendere l’orizzonte d’attesa di quegli spettatori ed appassionati che si confrontano con essi fermandosi alla prima impressione che i due suscitano in loro. Negli anni, Ben Affleck ha dimostrato ad esempio di avere idee ben più chiare in termini di regia, sceneggiatura e produzione che come attore (sebbene, agli inizi della carriera, venisse salutato come uno degli astri nascenti della sua generazione), al contempo Casey Affleck, pur non celando mai il desiderio di raggiungere il fratello maggiore negli alti ranghi dello show business ha chiaramente scelto la strada meno battuta per farlo.

Evidentemente troppo orgoglioso per sfruttare il facilissimo trampolino di lancio verso il successo offerto dal fratello, ha optato piuttosto per una carriera costruita attorno a piccoli ruoli in cui è emersa la sua straordinaria vena di caratterista e che solo negli ultimi anni gli ha permesso di ricoprire il ruolo di protagonista in alcune produzioni maggiori.

La carriera da regista dell’Affleck più piccolo sembra seguire lo stesso percorso di understatement che ha contraddistinto il suo percorso di attore.

Casey Affleck è un regista dal fortissimo piglio sperimentale, inaspettatamente rigoroso e, soprattutto, legato ad un’impostazione indipendente del meccanismo produttivo. Il suo primo film è in effetti il documentario I’m Still Here, con Joaquin Phoenix. Affleck scrive, dirige e produce un audace esperimento sociale, organizzando con Phoenix un’articolata burla allo star system del 2010 che è anche una complessa riflessione sulla fama, il cambiamento e sul peso dei media nella diffusione delle notizie.

I’m Still Here è una pellicola sfaccettata, densa pur nella sua semplicità argomentativa ma che soprattutto definisce chiaramente la linea operativa di Casey Affleck, un autore che si caratterizza per un costante desiderio di ricerca sul mezzo, che semplicemente non scende a compromessi con il suo pubblico e che è costantemente alimentato dal desiderio di affrancarsi dalla pesante ombra del fratello maggiore.

Va da sé che, stanti tali premesse, Light Of My Life, il primo progetto di pura fiction scritto, diretto ed interpretato da Casey Affleck e presentato all’ultima Festa Del Cinema di Roma diventa una sorta di osservato speciale della rassegna, anche solo per comprendere l’evoluzione della linea autoriale del regista a contatto, per la prima volta, con la dimensione del cinema di genere.

Light Of My Life è dunque un postapocalittico nutrito dalla volontà di Affleck di legittimarsi in quanto autore formato e dall’ideologia matura e riconoscibile dopo la prova documentaristica.

Il primo passo attuato dal nostro uomo è dunque inscrivere il suo film all’interno della tradizione del genere, lasciando che il progetto dialoghi liberamente con tutte le opere maggiori del canone di questa sorta di sottogenere horror. Light Of My Life è, prima di qualsiasi altra cosa, una versione solo leggermente più luminosa e meno nichilista di The Road di Cormac McCarthy, che mutua l’atmosfera di millenaristica desolazione da opere quali The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, in cui il femminile è protetto, ricercato, cacciato (come in I Figli Degli Uomini) e il rapporto tra padre e figlia pare ricalcare quello tra Joel ed Ellie, i due protagonisti del videogioco The Last Of Us, sorta di paradigma con cui sembra che tutti i registi impegnati nella realizzazione di un horror apocalittico debbano confrontarsi.

La tradizione, pur alta, rimane però solo uno scheletro atto a sostanziare i gesti, le azioni e le decisioni dei personaggi, nulla di più. L’apocalisse rimane sullo sfondo, così come in controluce è il puro sviluppo della storia, gli obiettivi dei protagonisti, che scivolano rapidamente in secondo piano. A Casey Affleck interessa principalmente operare nel puro tessuto del film, sulla forma, sul puro storytelling per, come si vedrà, spingere i confini del genere un po’ più in là.

Light Of My Life è un progetto distopico che ha il passo del cinema di ricerca sperimentale, un’opera in cui, se la radice teatrale, fondata sul dialogo, sulla parola, sullo scambio di informazioni tra i personaggi più che sulla pura azione è evidente, risulta inaspettato prendere atto di come il film abbia più di un debito con le influenze drammaturgiche di Ionesco o Beckett, autori che per primi si sono confrontati con attese senza significato o ricerche e viaggi privi di scopo come quello dei due protagonisti.

Si tratta, dunque, di una dimensione più contemplativa, che attiva, un contesto che rima con una forma che non può che assecondare quest’approccio assolutamente artsy di Affleck.

La messa in scena di Light Of My Life è prevedibilmente indebitata con l’approccio alla scena di David Lowery, ed è organizzata attorno a tempi dilatati, silenzi, piani vuoti, inquadrature curate, passo lento, di fatto l’ideale per la lettura riflessiva, intimista, minimalista con cui Casey Affleck prova ad analizzare il genere.

Prevedibile che, nella sua ricerca di legittimazione autoriale, di sintesi di un prodotto che, pur essendo di genere, non ha paura di agire e pensare come un progetto alto, di ampio respiro, Affleck finisca per tematizzare, per analizzare, per portare all’attenzione di chi guarda tutti quegli aspetti apparentemente secondari ma pregnanti che in un film post-apocalittico canonico finiscono per essere accantonati dalla diegesi a vantaggio dell’action duro e puro o dello splatter più estremo.

In questo senso, Light Of My Life si presenta come un efficace romanzo di formazione, che si interroga sul ruolo di pedagogo del genitore, sui suoi limiti e sulle sue evoluzioni ma che, soprattutto, si pone come efficace trattato sulle sfumature che etica e morale assumono in contesti estremi come quello di un’apocalisse.

Nel confrontarsi con un progetto così ambizioso e curato, fa storcere il naso dunque notare quanto il risultato finale sia una vittoria a metà per Casey Affleck. Il nostro uomo ha in effetti dimostrato che una via alta al genere postapocalittico è effettivamente percorribile e che, con i giusti mezzi, è possibile leggere l’horror in ottica minimalista e profonda, il problema, semmai, è capire come dosare i propri sforzi. Affleck, a ben guardare, finisce per essere assorbito dalla sua stessa opera che, a tratti, si perde e si prende troppo sul serio, aggrovigliandosi su sé stessa in un’inutile verbosità, rallentando troppo il ritmo, finendo invischiata in un’eccessiva ridondanza e non dedicando abbastanza spazio a riflessioni che invece avrebbero meritato più di un singolo scambio di battute per essere esaurite. Il cuore e il coraggio a volte, non bastano a fare un bel film, è certo, tuttavia, che possono essere un efficace punto di partenza.

Alessio Baronci

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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