Tom Clancy’s Jack Ryan – Stagione 2 – La Spy Story, l’Utopia, La Strada Meno Battuta.

Tom Clancy’s Jack Ryan – Stagione 2 – La Spy Story, l’Utopia, La Strada Meno Battuta.

Si parla troppo poco di Jack Ryan.

Il progetto seriale sviluppato, tra gli altri, da Carlton Cuse e Micheal Bay, tratto dall’universo letterario di Tom Clancy e distribuito da Amazon Video è giunto alla sua seconda stagione praticamente senza colpo ferire, non riuscendo, evidentemente, a stimolare sufficientemente quell’approccio critico che dovrebbe essere il grimaldello attraverso cui studiare tutte le sfumature e la profondità della serie.

È un peccato, perché alcune delle argomentazioni, delle tematiche, delle connessioni che emergono da questa seconda iterazione di Jack Ryan rendono la serie una vera e propria utopia dell’intrattenimento seriale contemporaneo che, semplicemente, non può essere sottovalutata e che, soprattutto, molto ci dice del contesto sociologico e culturale che ha contribuito a crearla.

Nel momento in cui, personalmente, ho commentato la prima stagione di Jack Ryan (qui), pur riconoscendone l’effettiva (ottima) riuscita, non potevo non individuare la presenza di una sorta di non finito, di impossibilità di sviluppare pienamente parecchi degli spunti creativi e tematici che la reggevano, quello stesso non finito che le ha impedito di risaltare pienamente come uno dei progetti rivelazione dell’anno passato. Il punto principale della questione risiede nella generale insicurezza dei reparti creativi alle spalle del progetto, i quali, perfettamente consci della penuria di budget a loro disposizione per organizzare la produzione e, soprattutto, consapevoli di come il loro progetto avrebbe finito per confrontarsi con film e serie di genere coeve molto più potenti, in un momento storico in cui proprio lo spy thriller è, di fatto, uno dei paradigmi più gettonati per decodificare, attraverso l’intrattenimento, il complesso momento socio politico che caratterizza i nostri tempi.

Jack Ryan stentava a trovare la sua voce, troppo impaurito, forse, dei propri limiti, per organizzare, al di sotto del proprio contenuto, una lettura approfondita, critica, quasi autoriflessiva del suo contesto di inserimento. Stanti queste premesse, la pubblicazione della seconda stagione della serie ha il sapore di una scomoda resa dei conti, per il progetto di Carlton Cuse, condannato a ricadere nel freddo limbo dell’intrattenimento nel caso si lasciasse vincere dalla sua presunta inadeguatezza, un’ineluttabilità, un rischio che, tuttavia, sembrano aver percepito anche gli stessi creatori del progetto che, come si vedrà, pare abbiano preso il coraggio a due mani e abbiano provato a lavorare sulla sintesi di una vera e propria identità, di un vero e proprio abito, di una voce che fosse confacente alla serie.

E in realtà, la strategia, l’approccio operativo che possa segnare la strada e aiutare Jack Ryan ad emergere da quel pantano che la serie stessa ha contribuito a creare, a ben guardare, rima prevedibilmente con un sentimento di accettazione profonda. Il primo passo, dunque, consiste nella presa di coscienza della propria identità di progetto seriale, dei propri pregi ma, anche e soprattutto, dei propri limiti. Si parte da quelli e ci si spinge fino a costruire proprio su di essi la sua unicità.

Ciò che ci percepisce, da questa stagione, almeno sul piano del puro storytelling, dell’organizzazione del racconto, della produzione è in effetti un More Of The Same di quanto già visto durante il nostro primo incontro con il dr. Ryan dell’anno scorso, il tutto, è però fondamentale capirlo, nutrito da una maggiore consapevolezza della mitologia, del sistema narrativo di riferimento, in breve, delle parti in gioco e, soprattutto, di tutto ciò che c’è in ballo.

E allora ecco che tutto ciò che aveva reso la prima stagione della serie una pittoresca, sincera, ma al contempo goffa incursione in un contesto produttivo e di ricezione che era ben oltre le possibilità del progetto viene di fatto non cancellato quanto ripensato, approfondito, riletto alla luce di quella che ora è la volontà, non più la necessità, di lavorare su tutte quelle zone grigie lasciate indietro dalle produzioni coeve ad alto budget.

La seconda stagione di Jack Ryan sembra provenire da uno squarcio spazio temporale su un altro momento storico, anni luce lontano dall’intrattenimento mordi e fuggi che caratterizza i nostri tempi, ancor più che dall’oscurantismo e dalla negatività della società contemporanea che, immancabilmente, finiscono per essere riflessi dalle forme d’intrattenimento di massa.

In piena Franchise Age, quando ogni prodotto d’intrattenimento di massa cerca di puntare sempre più in alto in termini di spettacolarità e coinvolgimento emotivo dello spettatore, ovviamente a discapito della profondità del racconto o della scrittura dei personaggi ma soprattutto, in un momento storico in cui la reference più diretta per lo spy thriller non sono più le saghe di James Bond o quello di Jason Bourne ma un videogioco come Call Of Duty, in cui si susseguono operazioni segrete in località esotiche, battute sagaci, estetizzazione della guerra ed esplosioni di violenza insensata, Jack Ryan sceglie, fondamentalmente, di lavorare per sottrazione e di trasformare la necessità di contenere i costi nella ricerca di una sorta di storytelling minimalista.

Procedendo per metafore, se l’intrattenimento contemporaneo è dominato da grandi catene d’abbigliamento, Jack Ryan conferma e approfondisce la sua natura intrinseca di bottega sartoriale pret a porter, in cui ogni singolo dettaglio, della narrazione, della scrittura, oltreche della messa in scena, nella sua semplicità, trasuda una cura ai limiti dell’artigianale.

Eleggendo a teatro d’azione gli uffici del potere, le camere d’albergo, gli open space di ambigue compagnie private, ma anche le più semplici e inaspettate villette residenziali piuttosto che ariosi spazi aperti adatti a lunghe battaglie campali o sconosciuti paesi cuscinetto perfetti per operazioni segrete della C.I.A. ma troppo piccoli anche per le cartine geografiche, Jack Ryan è uno studio per ambienti e personaggi mascherato da spy story, in cui, l’azione è cesellata dal dialogo prima che dal dinamismo di una sparatoria, in cui gli autori preferiscono concentrarsi sulla scrittura delle singole entità in gioco, soprattutto, sulla loro evoluzione una volta posti a contatto con un contesto di reazione specifico (che sia il Venezuela in piena crisi politica o il confronto teso tra due avversari in una stanza chiusa poco cambia), sulle tensioni che nascono quando essi vengono lasciati interagire con elementi normalmente estranei al genere, la ragione di stato, il compromesso, gli angoli ciechi della politica e lo status quo. Un approccio, questo, a metà tra il classico, la tradizione e la sperimentazione, che permette alla serie di muoversi in un’atmosfera rarefatta e di flirtare con un’insospettabile teatralità che finisce per fare capolino dove meno te l’aspetti.

Cerca di elevarsi, in sostanza, Jack Ryan, più precisamente, prova a far confrontare lo spettatore con un prodotto che trova la sua ragion d’essere nell’ibridazione di spunti, ideologie e tematiche e da cui emerge una sensazione di straniamento che coglie impreparato chi guarda.

Uno straniamento che nasce, va da sé, proprio dal contrasto tra contesto contemporaneo e storytelling che ha le sue radici ben piantate nel passato. Si noti, ad esempio, come James Greer, Mike November e Jack Ryan, la triade attorno a cui ruota la serie, si muovano ed agiscano come se fossero appena usciti da un romanzo di John Le Carrè, rifiutando l’approccio bellico ambiguo, massimalista, sensazionalista da un lato, costantemente alla ricerca della distanza dal bersaglio dell’America contemporanea dall’altro e padroneggiando invece alla perfezione quelle che sono le armi predilette delle spie della tradizione: il ricatto, la negoziazione, la corruzione di obiettivi sensibili. In una strategia a metà tra la ricerca di legittimazione e il continuo dialogo con il passato, a ben guardare anche il rapporto della serie con ciò che è stato, con le altre narrazioni cinematografiche legate al genere, il modo in cui interagisce con gli stilemi dello spy thriller così come sono stati declinati da quei progetti che l’hanno preceduto si muove su un reticolo peculiare. Il riferimento più recente che è possibile individuare è forse alla lucida freddezza di Kathryn Bigelow (una delle autrici che meglio ha saputo conciliare cinema di genere e politica), che qui fa capolino nel cinismo in cui, forse nei momenti migliori della serie, emergono tutte le ambiguità morali della C.I.A., per il resto, la costellazione di riferimenti che diparte da Jack Ryan certamente stupisce per profondità, ricercatezza e, soprattutto per coraggio.

Lo scheletro della narrazione ha più di un debito con il Cuore Di Tenebra di Joseph Conrad e il racconto dello scrittore britannico finisce per organizzare una ragnatela di riferimenti che dialoga agevolmente con il Southern Comfort di Walter Hill e il First Blood di David Morell oltreché con progetti seriali come 24 (Jack Ryan è in effetti una versione edulcorata, più razionale di Jack Bauer) e Homeland (di cui si nota la medesima attenzione alla contemporaneità).

È un cortocircuito stilistico e tematico quello che organizza la serie Amazon nei confronti dello spettatore, un sistema in cui il presente finisce per essere declinato con un approccio formale solo apparentemente vecchio di quasi cinquant’anni (in realtà mai così fresco e, anzi, pronto a interagire con schegge, stille legate alla contemporaneità) ma è, forse inaspettatamente anche e soprattutto un cortocircuito ideologico.

Adattare una narrazione che nasce dai romanzi di Tom Clancy è in effetti più complesso di quanto si creda. Clancy è stato uno degli autori più conservatori della narrativa di consumo americana. Protezionista, tradizionalista, interventista convinto, lo scrittore può facilmente essere considerato il santo protettore dell’Alt right americana contemporanea e tutto ciò che è tratto dai suoi scritti può essere frainteso come la perfetta, retorica, cartina tornasole dell’amministrazione Trump. Lasciar emergere la retorica di Clancy in Jack Ryan è dunque un processo rischioso, perché si sta parlando di un sistema di valori semplicistico, manicheo, soprattutto profondamente ambiguo in un’America che sta provando a contrastare (più o meno efficacemente) proprio la presidenza Trump ma al contempo evitarla a pié pari significa agire da ipocriti, mettere la testa sotto la sabbia oltreché tradire un intero sistema creativo. La soluzione, forse, è proprio provare a mitigare il sistema di valori di Clancy lasciando che esso dialoghi criticamente con la contemporaneità. L’estremismo ideologico dei romanzi, a contatto con la serie nutre lo storytelling di un idealismo che ricorda quello dell’America Reaganiana. Jack Ryan e James Green sono, a ben guardare, due sognatori idealisti che contrastano il cinismo dell’America contemporanea, le cui lobby non si fanno scrupoli a fare affari con spietati dittatori, che portano a termine i loro incarichi nonostante le pressioni dello Stato Maggiore, che non lasciano indietro nessuno come i migliori action hero anni ’80. A ben guardare, tuttavia, più che l’ideologia Reaganiana i protagonisti della serie sembrano agire in un sistema di valori che ricorda i sentimenti di speranza e ricostruzione degli anni di Obama, un ritorno al passato (anche in questo caso), che sembra nascere come reazione ad un’America che non sembra sapersi più raccontare senza fare affidamento a sentimenti uguale e contrari a quelli Obamiani.

Jack Ryan conferma ed approfondisce le ottime premesse della stagione precedente, offrendo allo spettatore un carosello di riferimenti, spunti, letture che trova nel continuo dialogo con una dimensione passata la sua ragion d’essere. La sensazione è ci stiamo confrontando con un prodotto caratterizzato da profondo coraggio. Un progetto piccolo che però ha trovato in sé la forza di organizzare una strategia che lo ha portato ad opporsi a ben più blasonate produzioni maggiori, scegliendo la strada meno battuta, fatta di minimalismo, sperimentazione, storytelling solido, rapporto consapevole con la tradizione, desiderio di rottura con i canoni e le aspettative del pubblico e, soprattutto, volontà di concentrarsi sugli elementi più charoscurali, meno raccontati dagli altri esponenti del genere, su tutto ciò su cui, come si è visto, chi l’ha preceduto ha scelto di non soffermarsi.

Alessio Baronci

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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