L’affresco e la figura di sfondo: appunti sul cinema di Michael Apted

L’affresco e la figura di sfondo: appunti sul cinema di Michael Apted

Celebrare Michael Apted in occasione della sua scomparsa è anche l’occasione per parlare di autorialità nel cinema, dei suoi caratteri, dei suoi limiti, delle sue implicazioni.

A posteriori, il cinema di Michael Apted organizza un sistema di tematiche e significati che ti porta a chiedere chi sia davvero un autore, all’interno della dimensione cinematografica e cosa serva ad un regista, meglio ancora, cosa deve dimostrare un cineasta al contesto con cui si interfaccia, per essere definito tale.

Michael Apted, secondo la vulgata, è la classica figura di sfondo della storia del cinema: un regista che non ha mai creato un immaginario visivo memorabile, in cui gli spettatori potevano immergersi e che dopo alcuni exploit tra gli anni 70 e gli ’80 ha finito per trascorrere il resto della sua carriera, dalla fine degli anni ’90 alla sua scomparsa, nel locus amoenus della regia televisiva, dirigendo, ad esempio, alcune puntate per il Rome di HBO, Ray Donovan, per il Bloodline di Netflix. Secondo l’opinione comune Apted è, senza alcun dubbio, un ottimo mestierante, uno shooter di talento ma non un auteur, un cineasta con un’idea di cinema definita, caratterizzata da un percorso di ricerca che si sviluppa di film in film e contraddistinta alcuni elementi visivi e tematici ricorrenti.

Un’opinione così persistente, così pervasiva che, forse, alla fine neanche lui ha mai creduto di esserlo.

Eppure c’è qualcosa che non torna.

Perché scorrendo la filmografia di Apted ci si rende conto di quanto egli fosse un regista di idee, più che di immagini, un cineasta che ha provato a sviluppare, negli anni, un cinema dal passo curiosamente militante, soprattutto per il modo in cui, come si vedrà, è entrato a gamba tesa, attraverso gli script che sceglieva di sviluppare o i protagonisti dei propri progetti, in alcune delle questioni ideologiche più urgenti del ventesimo secolo.

Tutto potrebbe partire, forse, da un turning point che coglie Apted praticamente nei suoi primissimi anni come collaboratore di Granada Television e che si pone come vero e proprio coronamento dei suoi studi in Storia e Diritto negli anni universitari a Cambridge. Nel ’64 Michael Apted viene incaricato infatti di compiere ricerche per la prima stagione della serie documentaria cult Up!

Up! si proponeva di seguire un gruppo di bambini proveniente da diversi background sociali e registrarne le interazioni all’interno di un contesto sociale inglese colto in pieno boom economico. Nato per esaurirsi con la prima stagione, il progetto Up ha in realtà dato il via ad un ecosistema documentario che ha visto tornare gli autori ad intervistare i bambini ogni sette anni, trovando ogni volta degli adolescenti, degli adulti, degli uomini di mezza età che offrivano uno spaccato peculiare della società inglese colta in quel preciso momento storico. L’ultima edizione di Up (al momento) è andata in onda nel 2019. L’ha curata Michael Apted, autore anche di tutte le altre stagioni dal 1971.

Come si diceva, l’attaccamento di Apted al progetto non è casuale. Up! non è solo il luogo ideale in cui può trovarsi un autore che fino al giorno prima ha studiato argomenti in fondo legati alle  scienze sociali ma probabilmente Apted è affascinanto dalle premesse ideologiche da cui muove la serie, da quell’approccio realista, quasi di marca francese, vicino agli scritti di Zolà, che vede il futuro dell’individuo profondamente influenzato dalla classe sociale in cui nasce e che difficilmente riuscirà ad abbandonare nel corso della sua maturazione.

I primi passi nel cinema di Michael Apted nascono dunque a partire dal tessuto di 7 Up, dal contatto con il reale ma, soprattutto, dalla volontà, quasi Marxista, di riflettere costantemente sul desiderio di voler cambiare la propria condizione, di rivoluzionare il contesto in cui si vive, di ricostruire la propria interiorità, complice anche il fatto che, di sette anni in sette anni, la narrazone del documentario lasciava presagire alcuni momenti e spunti che ribaltavano quelle stesse premesse ideologiche “immobiliste” da cui era partita.

Non è un caso, in questo senso, che uno dei suoi primi progetti di lungometraggio fu The Squeeze, thriller che cattura la malavita inglese degli anni ’60 con un’attenzione al contesto socio culturale che mutua dal documentario e che soprattutto Apted, almeno inizialmente, si imponga all’attenzione di pubblico e critica come narratore di storie di donne in cerca della loro emancipazione, pronte a rivoluzionare la realtà in cui vivono.

L’Agatha Christie protagonista del suo Agatha è in fondo una donna vittima di una delusione amorosa che prova a sparire nel tentativo di ritrovare sé stessa e di far sentire la propria voce al di sopra del rumore bianco causato da un marito che fino ad un momento prima l’ha soffocata e tradita; al contempo, forse il progetto più compiuto di questo primo periodo, perfetta sintesi tra passo documentario e spinta militante è The Coal’s Mine Daughter, atipico biopic sulla cantante country Loretta Lynn che, nel raccontare la scalata al successo di una performer che canta (anche) per cercare una via di fuga alla banalità del proprio quotidiano prova a catturare l’anima profonda di certa working class americana degli Appalachi con evidente attaccamento emotivo.

Tra gli anni ’80 e ’90 Apted comincerà ad abbracciare il suo approccio autoriale anche sul versante operativo: lavorerà su veri e propri percorsi di ricerca, approfondirà e rilancerà in nuove direzioni i temi che inizialmente destarono il suo interesse, soprattutto tratterà la sua filmografia alla stregua del più classico laboratorio sperimentale, un flusso costante di materiali pronto ad accogliere tematiche nate in conseguenza di lunghe riflessioni ma anche spunti più semplici che magari verranno sviluppate più compiutamente a distanza di anni.

In primo luogo colpisce lo sviluppo di quella che potremmo definire la trilogia dello Stato di Natura, che Apted porta a compimento attraverso tre film nell’arco di tredici anni, rimarcando tra l’altro l’idea di un discorso costantemente in fieri, affinabile, migliorabile, riscrivibile.

Chiamami Aquila, Gorilla Nella Nebbia e Nell sono in effetti tre progetti che approfondiscono la lettura del femminile a cui Apted è legato fin dagli esordi ampliandone la portata sociopolitica. Nell Porter, Dian Fossey (tra l’altro, nuovo esempio di come Apted pieghi le linee tensive del biopic per costruire un discorso critico personale)  e Nell Kelty sono tre personaggi femminili forti che rappresentano sopratutto modi diversi e in costante evoluzione di intendere rapporto tra umanità e stato di natura, nei confronti del quale Apted sviluppa un discorso dal passo quasi Hegeliano.

Si parte dalla tesi di Chiamami Aquila, da una donna immersa nella maestosità delle montagne rocciose che riuscirà a convertire, per amore, il metropolitano Ernie/John Belushi, si passa per l’antitesi di Gorilla Nella Nebbia, in cui la dimensione naturale, luogo d’elezione della studiosa Fossey, si trasformerà lentamente in una minaccia e ne sancirà la morte e si arriva fino alla sintesi di Tess, che non nasconde neanche per un’istante la sua natura di racconto di integrazione tra la dimensione naturale e a-sociale e quella urbana e comunitaria.

Negli stessi anni della sua “trilogia sullo stato di natura”, Apted sceglie però di affrontare progetti più vicini ad un idea di cinema militante (i cui prodromi, tuttavia, come prevedibile, egli aveva finito per seminare tra Chiamami Aquila e Gorilla Nella Nebbia).

Tra il 1983 ed il 1996 il regista si imbarca nella più classica delle trilogie sul potere, un cluster narrativo da cui non è certamente il primo a passare ma che egli decide di affrontare in maniera non scontata. Perché se è vero che già con il classico Gorky Park Apted rilegge in piena Guerra Fredda gli stilemi della spy story lavorando sulle zone grigie dei servizi di sicurezza russi e arrivando a ribaltare le aspettative del pubblico nei confronti di un tipo di narrazioni ormai reso canonico anche nella dimensione ideologica ed emotiva, colpiscono soprattutto certi sottotesti su cui si innestano prima Prognosi Riservata (un thriller che controluce riflette sulla situazione sanitaria americana) e poi Conflitto Di Classe (una commedia che sviluppa su svolte impreviste il più classico dei legal thriller anticapitalisti).

A margine, degno d’interesse, il misconosciuto Cuore Di Tuono, che Apted gira nel 1992. Il film è un thriller ambientato in una riserva indiana, nuova incursione nel discorso tra civiltà, modernità e natura, stavolta osservata dallo sguardo dell’agente americano ma soprattutto inconsapevole e labilissimo prologo a quel neo western all’interno del quale, oggi, lavorano autori come Taylor Sheridan e Jeremy Saulnier.

Letta da questa prospettiva la sua filmografia, non stupisce che ad Apted sia stata affidata, alla fine degli anni ’90, la regia di un Bond a suo modo atipico, il primo con una villain femminile ma soprattutto il primo che, con evidenza, interagisce con un contesto sociopolitico realistico, in cui il classico, fumettistico, cattivo da fermare nasce in realtà dalle ceneri della Guerra Fredda e ne raccoglie e rilancia estremismi e contraddizioni.

Colpisce, infine quanto, per pura combinazione, gli ultimi lungometraggi di Michael Apted al cinema costituiscano le tappe di un ritorno dal sapore sentimentale ai veri e propri archetipi del proprio cinema: l’elemento storico civile (prima con Enigma, poi con Amazing Grace, biopic sull’abolizionista William Willberforce), l’attenzione al punto di vista femminile e alle storie di emancipazione (Via Dall’Incubo), la riemersione in altra forma di stilemi e forme linguistiche legate ad un immaginario Bondiano (Codice Unlocked con Pierce Brosan).

Attraversando a passo veloce la filmografia di Michael Apted la sensazione è che ci sia confrontati con un raro esempio di cineasta che, salvo rari casi, è sempre riuscito a mantenere il perfetto equilibrio tra spinta creativa personale e necessità del mercato ma la vera speranza è che attraverso la sua storia, soprattutto attraverso la lettura complessiva che abbiamo provato ad offrire della sua carriera si stimoli un approccio sempre più consapevole delle parti in gioco all’interno della storia del cinema, un passo che ripensi le fondamenta stessa del concetto di autorialità e che si renda conto che, in giro, ci sono molti più autori (o molti meni mestieranti), di quanto si creda.

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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