Malignant – La libertà artistica come prassi creativa

Malignant – La libertà artistica come prassi creativa

James Wan lavora nel cinema che conta da poco meno di vent’anni e pare aver già attraversato tutti gli stadi del percorso dell’artista, almeno da una prospettiva “Arbasiniana”: si presentò come la giovane promessa che firmò il primo Saw, scheggia impazzita nell’horror indie che all’inizio degli anni ‘00 ripensò quel linguaggio all’insegna della bassa fedeltà, salvo poi diventare, in anni recenti, il solito stronzo che si è piegato alle multinazionali dell’intrattenimento firmando non uno ma ben due blockbuster massimalisti e tradendo per questo, secondo alcuni, lo status di venerando maestro dell’horror degli anni ‘10 che gli sarebbe stato attribuito dopo aver girato i primi due capitoli rispettivamente delle saghe di Insidious e The Conjuring.

Sballottato, forse definitivamente assorbito negli ingranaggi di quel cinema pop massificato e privo di effettiva identità autoriale, James Wan, pare aver bisogno di una pausa, di un momento per fare il punto sul suo cinema, per guardarlo negli occhi e capire come farlo procedere. All’interno della sua storia creativa Malignant ha dunque tutta l’apparenza di un punto di fuga, un progetto di cui Wan si garantisce il pieno controllo creativo e per questo quasi una meravigliosa utopia nel contesto del cinema commerciale.

Ma è davvero così? La sensazione, a posteriori, è che Malignant sia stato vittima della sua stessa, involontaria, auto-narrazione.

Il ritorno alle origini (o, meglio, all’ovile?) di James Wan, è in realtà una pellicola che gioca volutamente con la sua ambigua natura a suo modo indie. A tradire la vera anima di Malignant, in primo luogo, è proprio il fatto che il film esiste proprio perché ormai Wan è uno dei più stimati company men della Warner, colui a cui l’azienda affida progetti complessi che però riescono a far fruttare gli incassi e per questo degno di una fiducia tale da potersi concedere un periodo di libertà dai suoi obblighi per dedicarsi ad un film in apparenza lontano dal sistema industriale. Parlare di Malignant significa, dunque, parlare tangenzialmente anche di cosa voglia dire, oggi, libertà, indipendenza ed autodeterminazione per un regista nel cinema popolare contemporaneo.

Malignant è un gioco scanzonato, divertito e divertente costruito attorno alla vicenda di Maddie, una ragazza ordinaria che si ritrova a vivere in prima persona gli orrendi omicidi di un killer senza volto, offrendo a Wan una trama che è sopratutto un pretesto per costruire un solido playground in cui aggirarsi liberamente. La diegesi ripensa i registri stilistici, si muove nel tessuto narrativo quasi con strafottenza, si lascia andare ad un passo squisitamente camp, tra overacting e maldestri plot twist, attraversa l’immaginario horror ed i suoi riferimenti essenziali ed esplode in un ultimo atto linguisticamente spiazzante, quasi uno splatter anni ’80 accelerato tra il body horror di Cronenberg e quello, più splatter e liberatorio del primo Jackson. Ma, lo abbiamo già intravisto, il film di Wan non si fa problemi ad esternare tutte le sue spigolosità di senso, rendendole addirittura parte del continuo gioco di attese tra regista e spettatore.

Da un certo punto di vista, Malignant è infatti il film attraverso cui James Wan abbandona definitivamente il passo artigianale delle origini per assurgere a ingranaggio cardine della Blockbuster Age contemporanea, ricoprendo con orgoglio quella qualifica che certo pubblico gli ha affibbiato con disprezzo. Tra Saw e Fast And Furious, Wan ha scelto, alla fine, quest’ultimo dunque e lo dichiara attraverso un progetto costato quaranta milioni di dollari (davvero troppo per un film che vorrebbe essere fuori da certe dinamiche) e che, riattraversato nei suoi punti nodali, parla fluentemente il linguaggio del cinema pop contemporaneo, tra immersività, uso creativo degli archivi e responsività all’utente.

Malignant è infatti un film innestato nella dimensione digitale dell’ipertesto, che si costruisce a partire tanto dall’immaginario del suo regista (di cui il film è una sorta di database continuamente aggiornato, tra le sedute psicoanalitiche di Insidious, le case stregate ed i traveling di The Conjuring e le voci camuffate di Saw) quanto da una tradizione comune (dagli schermi di Poltergeist, alle telefonate di Scream, passando per le iconiche armi dello slasher).

Al contempo, la protagonista si ritrova ad “indossare” l’avatar di un killer e a muoversi in uno spazio duttile, che si costruisce attorno a lei come gli ambienti di un videogame caricati in background, destreggiandosi in un racconto di terrore che ha il suo apice in un confronto finale che incrocia il Terminator 2 di Cameron ed uno sghembo cinecomic, in una sintesi tra quella Retromania e quelle narrazioni supereroistiche che sono due direttrici essenziali nel cinema pop contemporaneo.  

Non si scappa, James Wan, come in uno dei tradizionali plot twist della saga di Saw pare aver ingannato tutti e attraverso una pellicola che è un grande gioco di prestigio destinato a sé stesso ed al suo pubblico ha ammesso orgogliosamente la vera natura del suo approccio alla regia.

Tra le sequenze di Malignant si nasconde una lucidissima riflessione sullo stato di salute di certo cinema contemporaneo, prima ancora che una profonda dichiarazione d’intenti da parte del suo stesso regista. Il film di James Wan riconfigura il concetto di “indie” nel cinema popolare contemporaneo: ne mantiene il passo libera ma lo inserisce comunque all’interno di un linguaggio fortemente legato al tempo presente e ai meccanismi dell’intrattenimento di massa, trattando l’approccio indipendente come una sorta di prassi, una struttura inerte da plasmare all’interno di una rete di riferimenti noti e dalle maglie molto più strette di quanto si pensi. Cionondimeno Malignant rimane una lucida dichiarazione d’intenti che James Wan stesso lancia intercettando la questione della libertà artistica, in particolare ponendo in primo piano la volontà di agire non necessariamente in virtù di ciò che il pubblico vuole o si aspetta, ma sopratutto nei confronti della propria natura, che lentamente, negli anni si è posta agli antipodi rispetto alla narrazione che si è costruita attorno a lui.

Quello disegnato (e per certi versi concluso), da Malignant è un percorso molto meno tortuoso e complesso di quanto appaia, che fa capo ad un regista che, in fondo, è stato da sempre inserito nel cinema pop più smaccato, anche quando non se ne rendeva conto. Non serve spingersi fino ad Aquaman o a Fast And Furious e neanche alla galassia di sequel e spin-off che gravitano attorno ad Insidious o a The Conjuring, anche il seminale Saw ci ha messo appena due anni per attestare la propria impostazione di franchise.

Forse James Wan, dunque, non è mai stato chi credevamo fosse, dunque, ma forse, in fondo, va bene così.

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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