J’Accuse – Una (Doppia) Questione Di Etica

J’Accuse – Una (Doppia) Questione Di Etica

È il 5 gennaio del 1895 quando un soldato dell’esercito francese viene condotto al centro del Cortile della Scuola Militare di Parigi. Le truppe sono schierate ai quattro lati della piazza, fuori dal cancello ci sono il popolo e le alte cariche dello Stato. Tutti in attesa mentre l’uomo procede al centro della scena scortato da altri due ufficiali per ascoltare la sentenza del suo processo. Quell’uomo è il Capitano Alfred Dreyfus (Louis Garrel) ed è stato riconosciuto colpevole dei reati di spionaggio e di alto tradimento per aver venduto informazioni al nemico tedesco. I gradi, i bottoni, le spalline, il numero del reggimento gli vengono strappati dall’uniforme, la sciabola d’ordinanza è requisita e spezzata in due, mentre l’uomo continua ad urlare “Sono innocente!”.

J’Accuse, l’ultimo film del regista Roman Polanski, tratto dall’omonimo libro di Robert Harris (che ha anche contribuito alla sceneggiatura), riparte proprio da qui, da una delle immagini simbolo di quel caso storicamente noto come “Affare Dreyfus”, una vicenda processuale e mediatica tra le più controverse della storia della Terza Repubblica francese alla soglia del Novecento.

Ad assistere alla pubblica degradazione di Dreyfus, c’è anche il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin), un ufficiale che ebbe modo di conoscerlo ai tempi dell’Accademia, quando divenne suo allievo. Nominato capo dei servizi segreti, durante un’indagine riguardante lo scambio epistolare tra due commilitoni di opposti schieramenti, scopre l’identità del vero delatore e tenta di far riaprire il processo contro Dreyfus (da lui stesso giudicato sommario e irregolare nelle procedure) trovandosi contro il muro di omertà dell’esercito e del ministero militare.

In fondo, Dreyfus era il capro espiatorio perfetto per una nazione ferita dalla sconfitta nella guerra franco-prussiana, per un sistema militare sempre più fragile e corruttibile dall’interno; il nemico in casa da punire in maniera esemplare e su cui scaricare il malcontento generale, quello di una democrazia che si stava lasciando sempre più contagiare dall’intolleranza e dalla propaganda dell’odio. Lo stesso Picquart, come viene sottolineato in un flashback, non ha mai nascosto i suoi pregiudizi razziali e antisemiti nei confronti del popolo giudeo. Ma, come risponde a Dreyfus quando gli viene chiesto se una valutazione negativa nei suoi confronti è da considerarsi frutto del pregiudizio, l’uomo risponde: «Faccio attenzione a non permettere ai sentimenti di influenzare il mio giudizio». Una considerazione che, nostro malgrado, ci pone la premessa perfetta per poter affrontare una riflessione oggettiva e (speriamo) utile per costruire un discorso analitico sull’ultima fatica di Roman Polanski.

Senza girarci attorno, è giusto specificare che chi vi scrive è ben consapevole dei trascorsi giuridici e personali del regista, della terribile accusa che si trascina dietro da più di quarant’anni. Così come è consapevole delle diverse posizioni su cui ci si è espressi sul caso Polanski da allora, sulla polemica in seguito alle dichiarazioni di Lucrecia Martel durante l’ultima edizione del Festival di Venezia, dove J’Accuse è stato presentato, o riguardo quanto sta accadendo nelle recenti settimane, in relazione alle nuove accuse di violenza carnale mosse da Valentine Monnier. Ora, al di là dell’opinione personale e legittima che ciascuno di noi può farsi purché basata su una conoscenza dei fatti il più possibile completa, credo sia quanto mai necessario, in sede di discussione, partire da un presupposto che astrae completamente da qualsiasi cosa sia stata detta o scritta sul caso.

Detto ciò, vista l’importanza di ottemperare ad un ruolo, quello del critico, di studioso di cinema, in rispetto ad un’etica professionale che non può e non deve mai venire meno, tenendo conto della (o delle) menti dietro ad un’opera d’arte ma estrapolando dall’equazione qualsiasi aspetto che non sia direttamente legato all’oggetto in sé e a tutta quella serie di discorsi “non contestualizzati”, nel momento in cui si viene chiamati a dare un giudizio obbiettivo su un film, un quadro, una track list musicale, etc, bisogna limitarsi esclusivamente a quello senza passioni o pregiudizi di sorta (per citare una celebre battuta) e possibilmente, fornire al pubblico quei medesimi strumenti “critici” per avvicinare un prodotto artisitco che altrimenti rischierebbe di essere frainteso.

Quindi il passo successivo è chiedersi: qual è il valore oggettivo e intrinseco di un titolo come J’Accuse? A quali istanze artistiche risponde e cosa vuole comunicare allo spettatore?

A scanso di equivoci, J’accuse non è l’estremo atto di autodifesa o il tentativo di mettere in scena un’autoassoluzione di un uomo che si sente perseguitato (pur riconoscendo un senso di vicinanza tra il Polanski uomo e il Dreyfus di Garrel), ma una riflessione critica e tutt’altro che conciliatoria sulla Storia e sui fatti, sul modo in cui i dati oggettivi vengono riportati alla loro natura ontologica a discapito della loro interpretazione (o rilettura) attraverso il pregiudizio, la falsificazione e l’uso propagandistico dell’informazione.

Per evitare qualsiasi dubbio, Polanski si affida ad un approccio classico, asciutto in termini di messa in scena, mettendo da parte qualsiasi virtuosismo estetico, lasciando che la forma sia sempre funzionale al contenuto e che la stessa ricostruzione dei fatti, delle procedure investigative e dei confronti calligrafici (tutto il caso di Dreyfus si reggeva sulla somiglianza delle firme rintracciate attraverso un bordereau pieno di informazioni) sia basata sul rigore, sulla cura del dettaglio e su una chiarezza espositiva elegante e mai stucchevole. Dall’altro lato, J’Accuse si pone come opera classica e didattica nel senso più nobile del termine grazie ad un’indiscutibile professionalità messa in pratica dal regista, che si affida ad una cast di altrettanti professionisti in campo recitativo, e ad una serie di scelte stilistiche e di scrittura che evitano qualunque caduta nell’anonimato o nel mero anacronismo di certo cinema d’inchiesta.

J’Accuse è infatti permeato da un’aura che fa del grigiore, dell’oppressione degli spazi e dell’assenza di cromatismi la sua ragion d’essere e in un paio di sequenze, non teme di inserire delle immagini che richiamano in modo subito riconoscibile quei fantasmi di odio e di intolleranza che prenderanno via via sempre più piede nella Vecchia Europa fino a concretizzarsi nei totalitarismi del secolo scorso (il rogo in cui vengono bruciate le copie de L’Aurore su cui è riportata l’articolo accusatorio di Emile Zola fa tornare alla mente le immagini delle SS che bruciano in piazza i libri proibiti dal regime o la stella di Davide sulla vetrata di un negozio suggerisce immediatamente l’atteggiamento persecutorio nei confronti dei mercanti ebrei prima rinchiusi e poi deportati nei campi).

A livello di scrittura, Polanski si muove in pieno rispetto delle regole del genere, tenendo ben saldo il suo film nel terreno del thriller spionistico e poi quello della disamina processuale, ma allo stesso tempo fa muovere i suoi personaggi sempre su una linea di confine che fa dell’ambiguità, dell’indefinito la sua ragion d’essere, o in ogni caso di una zona grigia in cui nessun personaggio è assimilabile unicamente come buono o cattivo.

Se Dreyfus viene posto continuamente in fuori campo, quasi fosse un fantasma di cui tutti parlano ma sempre troppo impalpabile, lontano, rigido nella figura per prendere le sue parti ed empatizzare con lui, Picquart è ben lungi dall’essere un uomo senza macchia, l’eroe animato da nobili propositi, la mosca bianca che agisce senza secondi fini.

Non viene mai taciuta o minimizzata la sua natura razzista, così come lo stesso rapporto con la donna che ama è fondato sulla clandestinità e la menzogna. La stessa struttura narrativa non procede secondo una risoluzione pienamente classica in senso positivo: nonostante la riapertura del processo e l’ammissione delle terribili macchinazioni messe in atto contro Dreyfus, il vero colpevole non viene perseguito dalla legge, anzi viene persino confermata la colpevolezza dell’uomo.

Nonostante il divorzio di Pauline dal marito, il suo rapporto con Picquart non evolve in nessuna direzione.

Nonostante Picquart si sia esposto in prima persona a favore di un uomo innocente, rischiando la sua stessa libertà e persino la vita, affermi di essere disposto a proseguire la lotta fino ad una piena assoluzione del capitano, consigliando di rifiutare la proposta di grazia, alla fine, una volta nominato Ministro della Guerra, agisce per puro egoismo. Rifiuta a Dreyfus la possibilità di un meritato avanzamento di grado allineandosi così al clima politico che sta lentamente attraversando il Paese, sempre più in mano al partito di Clemenceau.

Lo stesso atto d’accusa, ripreso a gran voce dalle parole e dalla figura di Zola, non diviene mai spunto retorico fine a sé stesso, viste le reazioni rabbiose che ne seguono, piuttosto una riflessione sul ruolo dell’intellettuale all’interno di una società sempre più preda dell’odio, delle macchinazioni politiche e dell’intolleranza.

Ancora una volta, dunque, Polanski decide di far dialogare l’opera con l’ambiguità, il senso di persecuzione, la falsità e il Male alla base dell’agire umano, senza trasformare i personaggi principali in eroi della Storia.

In fondo, lo stesso Władysław Szpilman de Il pianista o l’orfano protagonista di Oliver Twist, per citare due film considerati tra i più classici della sua lunga filmografia e piuttosto ordinari nella forma, visti nella giusta ottica sono tutt’altro che figure cristalline, moralmente inappuntabili o passive rispetto alle drammatiche vicissitudini che li riguardano.

Ciò che invece rimane evidente e inattaccabile è proprio il messaggio di base, il richiamo ad una legge morale capace di superare quella del potere (militare, istituzionale, giuridico che sia) e laddove non è possibile avere certezza di una verità che sia totalmente libera dal dubbio, dalla soggettività e dal pregiudizio, è necessario interrogarsi sulla Storia, sui fatti, ripartendo da strumenti oggettivi, scientifici e, ancora una volta, etici per saperla cogliere e provare ad analizzarla nella giusta e neutrale prospettiva. Un peso, quello dell’etica, che bisogna saper riconoscere, difendere e applicare per apprezzare il valore intrinseco di un film che non si tira indietro nel dialogare direttamente con il presente e che porta a far riflettere sulle derive politiche e sociali degli attuali governi populisti, le medesime che nel secolo scorso hanno portato l’umanità sull’orlo del baratro totalitarista e dell’autodistruzione.

J’accuse, infatti, richiama l’attenzione dello spettatore, scardina le regole del genere pur lasciandole intatte nella sostanza e mette in guardia sul continuo ripetersi della Storia puntando il dito contro l’antisemitismo che non ha mai abbandonato le menti della gente e che tocca Polanski in prima persona, ma lo fa sempre ponendosi alla giusta distanza dalle cose, attaccando senza falsi moralismi una società, un sistema, un modo di pensare che alimenta le divisioni etniche, l’omertà, la diffamazione e il disprezzo verso l’altro.

Per tutte queste ragioni J’Accuse merita di essere visto, nonostante tutto.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.