Richard Jewell – Il Dubbio E La Certezza

Richard Jewell – Il Dubbio E La Certezza

Richard Jewell ha il peso di un’entità quasi totemica. Lui, placido addetto alla sicurezza del Centennial Olympic Park che nel Luglio del ’96, grazie ad abilità, sangue freddo e ad un’intuizione quasi provvidenziale diventò un eroe per caso dopo aver sventato l’attentato di un dinamitardo, sarebbe potuto diventare l’uomo dai cui valori l’America di quegli anni, non troppo dissimile da quella contemporanea, piagata da tensioni interne, dal terrorismo e da una leadership malferma, sarebbe dovuta ripartire per ritrovare la via maestra.

Il punto, tuttavia, è che gli americani sono stati un popolo troppo cieco per comprendere tutto questo e Jewell si è rapidamente trasformato in un capro espiatorio frutto da un lato di una campagna mediatica senza scrupoli, pronta a spremere il più possibile la sensazionalistica gallina dalle uova rappresentata da un falso salvatore e dall’altro di un’agenzia federale che, sotto pressione per chiudere le indagini, ha agito di fretta e si è accontentata di seguire la pista più facile, senza verificare fonti e contesto e avventandosi furiosamente su un uomo frettolosamente inquisito come un asociale che si è spinto fino all’attentato pur di ottenere un riconoscimento da quella società per cui credeva di non esistere, poco importa se il colpevole si sarebbe dimostrata ben altra persona.

Richard Jewell avrebbe dovuto far rinascere l’America dalle sue ceneri ma a distanza di anni è ricordato come una delle vittime più illustri di un’assurda gogna mediatica, le radici della quale, ora, non è troppo assurdo pensarlo, sono le stesse che foraggiano le campagne di disinformazione di Trump e dei suoi sostenitori.

Contestualizzata nel giusto modo, la vicenda di Richard Jewell sembra essere il tassello ideale per la prosecuzione dell’atlante dell’eroismo quotidiano americano che impegna Eastwood fin dai tempi di American Sniper e con cui il regista non tornava a confrontarsi da The 15:17 to Paris.

E dunque, a questo punto, forse la domanda più utile da cui partire in questo senso fa capo al chiedersi chi sia il Clint Eastwood che dialoga con la storia di Jewell e prova a portarla in scena, meglio ancora, come sia evoluto dall’inizio del suo progetto.

Richard Jewell rappresenta a tutti gli effetti il raggiungimento della maturità del rapporto del regista con questo progetto. La pellicola di fatto sublima i suoi caratteri essenziali e lascia che a plasmare la materia sia l’intento celebrativo, laicamente agiografico e pedagogico del progetto, che trascende il genere, quasi lo soppianta e, soprattutto, prova a scrivere una sintassi tutta sua con cui strutturare la materia narrata. Alle spalle di Richard Jewell non c’è quindi la grammatica del War Movie (come in American Sniper) né quella del legal thriller (come in Sully) quanto le coordinate essenziali su cui si struttura la grande arte civile, politica e pedagogica.

Prima di essere un eroe americano il Richard Jewell di Eastwood è a tutti gli effetti un eroe civile, custode di valori fondativi della società che è necessario proteggere e tramandare, un personaggio che merita dunque di interfacciarsi, di dialogare, con chi l’ha preceduto nell’inconscio collettivo dello spettatore.

Agli occhi di Eastwood Richard Jewell può effettivamente assurgere (forse addirittura di più di Sully e Chris Kyle) ad esponente di un Pantheon di eroi laici degni di rispetto e portatori d’esempio per le generazioni future in quanto ad attaccamento ai valori fondativi della nazione ed eroismo, e la pellicola non è altro che il tentativo di instaurare un dialogo proficuo tra l’americano e i suoi predecessori.

E allora ecco che il film si presenta come una sorta di storia delle derive civili e politiche dell’arte dalle origini ai giorni nostri. La pellicola ha un passo che forse non è mai stato così teatrale (ed in fondo il teatro greco è stato il primo luogo in cui mettere in scena i valori fondativi della società e discutere di politica), fatto di azione guidata dal dialogo, scrittura solida, ritmo misurato, centralità della performance attoriale.

Addirittura, se c’è un punto di riferimento teatrale che in particolare è ravvisabile nella scrittura di Richard Jewell questi sembra essere il teatro dei Morality Plays, operette morali a tematica religiosa di tradizione inglese attraverso cui il popolo veniva educato ai corretti valori e alle buone pratiche sociali.

È a questa vena di ricerca che potremmo in effetti ricondurre (tra le molte influenze) la scrittura dei personaggi che interagiscono nella pellicola, che ricordano, nelle caratterizzazioni ma soprattutto negli atteggiamenti, nelle interazioni, i tipi fissi di quel contesto culturale.

Si va dall’agente F.B.I. senza scrupoli e privo di una deontologia professionale alla giornalista arrivista e manipolativa, passando per l’avvocato di mondo onesto e coraggioso e arrivando fino alla madre di Jewell, assimilabile, senza andare troppo lontani dalla verità, ad una Mater Dolorosa pronta a condividere le sofferenze del figlio e a combattere le calunnie attraverso una fiducia incontrastata nel suo operato.

Al centro di tutto il sistema c’è ovviamente lui, Richard, tratteggiato a metà strada tra il bambinone troppo cresciuto che il confronto con il Male che cova nel cuore degli uomini farà maturare e un eroe in fondo non troppo dissimile da altri protagonisti del grande cinema civile, dalla Giovanna D’Arco di Dreyer ai Sacco e Vanzetti di Montaldo senza tralasciare quell’Antigone Sofoclea che ha in fondo dato inizio a tutta la tradizione.

Il compendio antologico del cinema civile e politico operato da Eastwood con Richard Jewell non riguarda tuttavia solo i temi o le specifiche declinazioni degli stessi all’interno della pellicola ma anche il puro linguaggio filmico che a volte devia dalla norma postclassica e abbraccia rese più sperimentali della messa in scena (forse un lascito dell’esperienza maggiormente di confine di Eastwood in questo senso, quel 15:17 To Paris pensato a metà tra la docufiction  e il cinema verité), come il tentativo, forse goffo ma non per questo insincero, di rielaborare il montaggio delle attrazioni di Eisenstein in rapporto al racconto di Jewell, attraverso cui Eastwood, con buona probabilità, ha provato a tracciare una linea che lo connettesse con quello che è, al di là di qualsiasi ideologia, uno dei padri fondatori del cinema politico e civile.

Che cosa rimane, alla fine? Rimangono, forse, un dubbio e una certezza.

La certezza risiede nel fatto che Richard Jewell rappresenta probabilmente uno dei punti più alti del cinema di Eastwood degli ultimi dieci anni. Chiaro negli intenti e nelle argomentazioni, il film è il lucidissimo esempio di come si possa fare cinema civile oggi, scovando in primo luogo le radici di un problema (in questo caso la disinformazione e le paranoie della Trump Era) e provando ad offrire degli esempi tangibili che possano costituire una piattaforma valoriale da cui ricostruire la società in macerie, il punto (e il dubbio conseguente) è semmai nelle modalità attraverso cui Eastwood sceglie di parlare al suo pubblico.

Non solo infatti Richard Jewell sceglie di dialogare con una tradizione alta, a suo modo lontana dal pubblico che dovrebbe fare tesoro dell’esperienza del protagonista e dunque rischiando di distanziare chi guarda ma soprattutto si pone perfettamente all’interno (come già dicevamo) delle classiche coordinate del cinema postclassico in cui si muove Eastwood praticamente da sempre.

Questa collisione tra sistemi di riferimento diversi ma allo stesso tempo simili (lo si sarà intuito) fa sì che il mondo raccontato dal film sia una dimensione straordinariamente fissa, organizzata attorno a valori incontrovertibili, definiti e riconoscibili. Eastwood non dubita praticamente mai dell’innocenza e della buona fede di Jewell e non lascia mai che la nostra fiducia nei suoi confronti, la nostra empatia, il nostro contatto, vacilli anche solo per un’istante, malgrado le perquisizioni, gli interrogatori, le zone d’ombra che caratterizzarono ai tempi la vicenda reale.

A ben vedere, almeno a detta di chi scrive, sebbene si tratti di una scelta comprensibile e soprattutto coerente con la lettura e il linguaggio tipico del regista, rinunciando a presentare allo spettatore il mondo di Jewell così come realmente è, esattamente come il nostro, frammentario, schizofrenico, di difficile lettura, ammantando il tutto in un alone ambiguo, rinunciando, in sostanza, a farci dubitare di lui, anche solo approfondendo maggiormente le zone grigie della sua psicologia, della sua vita quotidiana, ha perduto l’occasione non soltanto di dare maggior forza alla sua rivalsa nei confronti della gogna mediatica ma anche di rendere ancora più evidenti i parallelismi tra l’America contemporanea e quella di vent’anni fa, entrambe unite da quella manipolazione delle informazioni che avrebbe finito per corrompere consapevolmente il linguaggio filmico. Eastwood ha lasciato che la classicità inglobasse la cronaca, finendo irrimediabilmente per alienare il film da gran parte dei suoi spettatori e, forse, col senno di poi, rischiando di indebolire gran parte del suo messaggio e dei suoi intenti.

Come si fa, in fondo, ad operare sul mondo reale attraverso un film che dovrebbe essere insegnamento ed esempio per chi guarda, quando il mondo, il sistema di valori, rappresentato dal film è così distante, differente, dal nostro?  

Alessio Baronci

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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