La Favola E La Trasfigurazione Del Reale Nel Cinema Di Matteo Garrone

La Favola E La Trasfigurazione Del Reale Nel Cinema Di Matteo Garrone

Probabilmente è vero quando si dice che bisogna guardarsi indietro per capire dove si sta andando (meglio) dove si potrebbe arrivare. In fondo il percorso formativo di ogni artista è fatto di tappe, di sperimentazioni, talvolta anche di salti nel vuoto più o meno calcolati che permettono ad un autore di mettersi alla prova e ampliare le prospettive del proprio sguardo, di far maturare quell’approccio alla materia filmica, l’oggetto privilegiato di quel contesto critico preciso e obbiettivo su cui ogni analisi deve ripartire.

Di fatto non è possibile comprendere del tutto un testo, un’opera d’arte, o un prodotto cinematografico non tenendo conto di quei passi compiuti dall’artista per arrivare al risultato finale. In questo caso, si può affermare con assoluta certezza, che non è possibile avere una piena comprensione del lavoro attuato sulla recente trasposizione del Pinocchio di Carlo Collodi, firmata dal regista romano Matteo Garrone, senza sapere di chi stiamo parlando e in termini estetici, quanto sia rimasto di quelle istanze artistiche che hanno da sempre plasmato e ridefinito lo sguardo “garroniano” in quanto tale.

In questo senso non si può prescindere una tale riflessione senza considerare proprio i suoi ultimi lavori, in particolare Il Racconto dei racconti. Proprio questo titolo potrebbe essere considerato a posteriori, una sorta di prova generale per Garrone che per l’occasione recupera e riadatta per il grande schermo tre favole (rinominate La cerva, La vecchia scorticata e La pulce) da quello che è forse una delle fonti primigenie nell’ambito della tradizione fiabesca, ovvero quel Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile che secondo diversi studi avrebbe ispirato scrittori autorevoli come Charles Perrault, Hans Christian Andersen e i fratelli Grimm.

In termini prettamente visivi lo stile di Garrone si rintraccia quasi subito in un approccio a metà tra il rispetto filologico dell’ambientazione e dell’epoca storica di Basile (evidente nei suoi continui richiami al Barocco tanto negli interni regali quanto nei costumi) e l’attaccamento ad una dimensione materica e “artigianale” tanto nelle scenografie quanto nella ripresa dei paesaggi naturali (le gole dell’Alcantara, le Vie Cave, il Bosco del Sasseto). Il linguaggio rimette al centro proprio il dato tangibile e concreto che ha da sempre interessato il suo cinema, sin dagli esordi semi documentaristici di Terra di Mezzo e Ospiti, trasfigurati attraverso una cornice fantastica e ricca di dettagli simbolici che ben si prestano all’adattamento delle storie ma rarefatta nella messa in scena, ripulita da qualsiasi orpello se non funzionale a riflettere la natura ossessiva e bramosa dei personaggi.

Persino il ricorso all’effettistica appare centellinato, minimo, essenziale, quasi avesse la semplice funzione di una rifinitura, del ritocco; le stesse creature che vediamo entrare in scena come il drago bianco che riposa sul fondo del fiume e la pulce gigante cresciuta dal re di Altomonte, sono realizzate ispirandosi alle forme “naturali” di comunissimi insetti e salamandre.

In questa unione di ambienti silvani, di interni ispirati al Barocco senza transigere su uno sguardo su corpi singolarmente caratteristici (pensiamo alla fisicità dell’orco rispetto alla giovane principessa o alla diversa nazionalità degli interpreti chiamati a recitare la parte dei regnanti) e su un uso sempre particolareggiato dei colori (nei continui conflitti visivi rosso/bianco, grazie all’eccellente lavoro del direttore della fotografia, Peter Suschitzky), ogni elemento della messa in scena di Garrone riflette perfettamente questa ricerca dell’essenzialità da un lato e di astrazione del dato fisico dall’altro. Tutto al fine di ottenere un risultato capace di integrare (neo)realismo e ricostruzione scenografica, la componente artificiale alla concretezza artigianale a cui si aggiunge una predilezione per la materia primordiale e ancestrale del racconto fiabesco.

Ma non è solo il tessuto formale a racchiudere in sé la portata concettuale di un immaginario “reale” riconvertito nel fantastico, ma nelle stesse scelte di scrittura, dove Garrone decide di seguire la narrazione in maniera filologica ma lavorando per sottrazione. Ognuno dei tre racconti riadattati nel film è, non a caso, incentrato sulla trasformazione dei corpi, prezzo da pagare per poter vedere realizzato un desiderio tanto ossessivo quanto egoistico.

In questa giostra d’immagini ancestrali e primitive rivivono i personaggi del testo di Basile, regnanti e popolani di tradizione cavalleresca, saltimbanchi e orchi, mostri e vecchie repellenti, creature magiche e gemelli albini, le cui vicende si sfiorano senza toccarsi (se non in due occasioni, legate tra l’altro al ricorrente dualismo oppositivo vita/morte, un funerale e un ritorno alla vita) scorrendo per conto proprio e frammentariamente.

La regina di Selvascura, protagonista de La cerva, guarisce dalla sterilità grazie al cuore di un drago ucciso dal re, che a sua volta rimane mortalmente ferito. Dopo qualche anno la rivediamo inseguire gelosamente l’amore del figlio Elias, a sua volta legato all’amico/gemello Jonah, figlio di una serva ma frutto della medesima magia che ha reso gravida la regina. Per dividerli accetta nuovamente l’intervento della magia e abbraccia totalmente la sua natura più mostruosa lasciandosi trasformare in una belva famelica.

Nel racconto de La vecchia scorticata, il libertino re di Roccaforte ode una voce deliziosa provenire da una casa sotto le mura del castello e, immaginando si tratti di una bellissima giovane, le chiede invano di mostrarsi e di concedersi a lui. Non sa che dietro la porta si celano due decrepite vecchie sorelle, l’ingenua Imma e la scaltra Dora. Quest’ultima cerca di sfruttare la situazione ma pur riuscendo ad avere una notte di passione con il re viene scoperta e gettata da una torre. Caso vuole che la magia intervenga ancora una volta: una maga concede la sua vita a Dora la quale si risveglia nel corpo di una giovane fanciulla. Dopo qualche tempo ritroviamo Dora al fianco del re, mentre Imma si lascia scorticare da un conciatore, convinta così di ottenere la giovinezza andando incontro ad un nefasto destino.

Nell’ultimo racconto il re di Altomonte cattura una pulce che nutre e accudisce come fosse un animale domestico. La fa crescere fino a farla diventare gigantesca e nel frattempo trascura l’amata figlia Viola, che una volta diventata donna sogna di potersi sposare e lasciare il castello paterno per vivere una vita al fianco di un bellissimo principe. Per non restare solo dopo la morte della pulce, il re organizza un torneo sfidando tutti i pretendenti di Viola a indovinare a quale animale appartenga la pelle della pulce. Ma quando un orrido orco riesce a superare la prova, la ragazza è costretta a seguirlo e vivere prigioniera nella sua caverna.

Tre storie diverse e lontane nel tempo ma legate da tematiche molto contemporanee: l’ossessione verso la bellezza; l’amore possessivo; la crescita dei giovani attraverso la violenza; la cupidigia del potere e l’illusione di poter essere accettati. Se in precedenza il regista si era ispirato a delle storie ispirate alla cronaca nera, poi trasfigurati in una dimensione favolistica, qui realizza un esperimento artistico in cui non ricreare fedelmente l’ambiente e lo spirito sognante della favola ma riproporre i racconti mantenendo il legame con il realismo e la cupezza che da sempre è la cifra stilistica dei suoi lavori. Il Racconto dei Racconti è dunque figlio di un percorso che non tradisce le radici autoriali di Garrone, ma che anzi si pone in perfetta continuità nelle sue istanze tematiche e discorsive e che mette in scena un microcosmo di personaggi incapaci di guardare oltre il proprio desiderio esattamente come il personaggi de L’imbalsamatore, Primo Amore, Reality e non ultimo Dogman.

Questa ricerca di astrazione del reale e di sublimazione formale che già in Reality aveva iniziato a prendere piede attraverso la vicenda di un povero pescivendolo che abbagliato dal sogno di diventare famoso inizia sempre più a sovrapporre il sogno alla realtà, prosegue ne Il Racconto dei Racconti, trovando il suo completamento più esemplare nel personaggio della giovane principessa Viola: lei cresce con il sogno di poter sposare un bel principe e vivere “felice e contenta” come nel più classico dei finali, ma l’egoismo paterno e la bruta violenza dell’orco costringono la ragazza a maturare nel segno del sangue e dell’omicidio per poter essere “riaccolta”. Anche il protagonista di Dogman, film successivo a Il Racconto dei Racconti, pur prendendo le mosse da un brutto fatto di cronaca nera, si pone come la tragedia di un piccolo uomo che chiede solo di essere accettato da quel mondo degradato e senza legge che abita, ma le cui scelte lo portano sempre più a dissociarsi fino ad auto condannarsi in una solitudine senza via di scampo.

Con Dogman Garrone non ha intenzione di ricostruire i fatti, né giocare con la fama di Pietro De Negri (il “Canaro”della Magliana che torturò e uccise un Giancarlo Ricci, un piccolo criminale che lo minacciava costantemente) o sfruttarne la macabra attrattiva che vi è dietro, decide piuttosto di rielaborarne lo spunto cronachistico e filtrarlo dentro la drammatica storia di un uomo piccolo e mite (Marcello Fonte) convinto di poter ammansire la violenza dell’ex pugile Simone (Edoardo Pesce), teppista cocainomane che terrorizza il quartiere. Marcello accetta ogni angheria, ogni sopraffazione, si fa persino un anno di galera dopo aver aiutato Simone a compiere una rapina, ma una volta perso l’affetto del quartiere cerca in tutti i modi di farsi riaccettare. Dapprima intrappola Simone con la sola intenzione di ottenere delle scuse, di “riparare” e di essere amici, ma messo ancora una volta di fronte alla violenza dell’uomo, più che per vendetta, lo uccide per salvarsi la vita.

Marcello da persona debole quale è, può sperare unicamente nella benevolenza del gruppo, nei vicini che “gli vogliono bene”, mentre Simone è un uomo che si affida ai suoi pugni per ottenere quello che vuole ma non ha alcuna prospettiva verso il futuro. E alla fine quel piccolo uomo dai modi gentili, il “canaro” capace di ammansire enormi bestie canine, che sogna una fuga alle Maldive con la figlia undicenne e che prima si sentiva parte di un gruppo, ora che ha finalmente sconfitto il gigante temuto da tutti, spera di poter essere accettato ma si ritrova relegato in una landa desolata di giostrine e ruggine (un’immagine che evoca insieme la purezza e la corruzione), circondato da un silenzio assordante e disperato.

Ancora una volta è nel lavoro sul setting in cui si conferma l’intenzione di Garrone: la zona di Castel Volturno viene totalmente trasfigurata in un un quartiere di periferia romana degradato e “truce” tra Compro Oro, locali con slot machine, campetti da calcio e edifici fatiscenti, pieno di sabbia ruggine e squallore. Uno spazio che riflette il mondo malsano e privo di morale dei personaggi, ma in cui si avverte tutta la concretezza materica degli ambienti.

L’applicazione del principio di autenticità e l’esperienza pittorica portano ad un lavoro sul casting basato anche qui sulla fisionomia, sui i tratti distintivi, caratteristiche che assurgono a vera e propria valenza drammaturgica: Marcello Fonte con la sua camminata sghemba e la sua voce infantile rendono perfettamente l’idea di un uomo sempre più fragile degli eventi mentre la fisicità e il trucco sottile applicato al visto di Edoardo Pesce, raccontano il personaggio di Simone più di qualsiasi battuta.

Dogman e Il Racconto Dei Racconti sono dunque solo all’apparenza due opere distanti e opposte, poiché in entrambi i casi si può intravedere tutta una serie di scelte stilistiche che ci permettono di cogliere fino in fondo lo stato attuale del cinema di Garrone, costantemente orientato verso un percorso di astrazione nella messa in scena del reale e allo stesso tempo sempre più desideroso di svelarne le storture contemporanee, ben cosciente di quanto la favola e la trasfigurazione della realtà siano strumenti potenti per parlare allo spettatore e metterlo di fronte alle illusioni e alla natura ambigua dell’essere umano.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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