Tenet – Christopher Nolan Nell’Era Digitale

Tenet – Christopher Nolan Nell’Era Digitale

Proviamo ad andare oltre. Proviamo cioè a superare non soltanto ogni pregiudizio nei confronti dell’autore, ma anche del suo modo di intendere il cinema. Proviamo, semplicemente, a riflettere su ciò che abbiamo visto, oggettivamente, in maniera distaccata e basandoci solo sui fatti.

Quella che state per leggere, in sostanza, non sarà l’ennesima spiegazione delle sequenze centrali di Tenet, né un’analisi nuda e cruda dell’operato artistico di Nolan a contatto con il film, della sua, si potrebbe dire, dimensione formale, del dialogo tra le inquadrature, né sarà (prevedibile) un’elegia sperticata, quasi da tifoso, dell’autorialità di Christopher Nolan, piuttosto, il senso di queste poche righe è di approcciare Tenet come l’anomalia che è, di capirne la portata e i limiti, di comprenderne le peculiarità.

Sia chiaro, già il suo essere l’alfiere della ripartenza dell’industria della distribuzione e della fruizione cinematografica nell’era COVID  rende Tenet, di fatto, una straordinaria anomalia ad alto budget ma qui si sta provando ad organizzare un discorso più profondo. Il germe alieno di un film come Tenet è in effetti insito nella sua identità profonda, un’occorrenza, questa, che non può in alcun modo essere sottovalutata.

Bisogna a questo proposito fare un passo indietro, tornare sui nostri passi e osservare il modo in cui il cinema di Nolan si è rapportato finora al suo contesto d’accoglienza, con la dimensione socioculturale su cui ha finito giocoforza per insistere.

Si parte, in sostanza, da un dato di fatto e da una consapevolezza, quella data da un autore il cui cinema è, almeno apparentemente, ripiegato su sé stesso, sulla tecnica, sul rapporto con il medium del suo creatore.

Il cinema di Nolan, finora, si è posto a chi guarda come un’entità avulsa da qualsiasi influenza esterna. Chiuso nella sua torre d’avorio, spesso autoreferenziale, non ha mai provato ad entrare in comunicazione con le istanze socioculturali del suo contesto d’accoglienza, non ha provato a darne una lettura, non le ha, potremmo dire, trasfigurate nelle azioni, nei gesti, nei pensieri dei suoi personaggi. Nolan è in fondo un prestigiatore impegnato ogni volta in un trucco diverso in un’interazione pressoché costante con quella che potremmo definire una scatola magica, con l’insieme dei meccanismi (solo apparentemente) perfetti che regolano il suo storytelling, la sua scrittura, la sua messa in scena: un ambiente a tenuta stagna, dove nulla entra ed esce a meno che non lo voglia Nolan stesso, aprire, di fatto, questo sistema, significherebbe prevedibilmente inquinarlo, danneggiarlo, intaccarne la purezza.

Osservato da questo punto di vista non stupisce che il cinema dell’autore inglese sia considerato da molta critica come freddo, calcolato, troppo patinato per risultare emotivamente coinvolgente ma in fondo si tratta dell’oggettivo prezzo da pagare che richiede la sua autorialità, piuttosto bisognerebbe imparare a non chiedere a certi artisti ciò che certi artisti non potranno mai darci.

Non bisogna tuttavia neanche farsi ingannare da certi exploit comunque degni d’interesse della sua filmografia più recente: alcuni potrebbero in effetti controbattere quanto certi spunti di The Dark Knight o di The Dark Knight Rises siano in fondo non solo profondamente contemporanei ma addirittura profetici a tratti, tra riflessioni sulla sorveglianza tecnologica e prodromi del populismo e delle rivendicazioni dell’1%, ma non dobbiamo mai dimenticarci che ad aiutare Christopher Nolan nella scrittura di quei momenti c’era suo fratello Jonathan, da sempre molto più attento di lui a far dialogare medium, tecnica, arte e contesto socio culturale (e nei suoi momenti migliori Westworld è l’evidente dimostrazione di quest’approccio).

Proprio per questo un progetto come Tenet merita un certo approfondimento, merita, quantomeno, un approccio più attento e avvertito. Per la prima volta infatti Christopher Nolan, da solo, senza l’appoggio di nessun altro che lo guidi o che lasci il suo script ad interagire con influenze esterne decide di buttarsi a capofitto nella contemporaneo e di lasciare che sul suo film si riflettano alcuni elementi del contesto culturale in cui quella stessa opera va ad inserirsi.

Sia chiaro, prevedibilmente, Nolan non riesce (e forse neanche vuole) entrare a gamba tesa nella dimensione sociale contemporanea, non vuole fare politica né dare voce ad alcuna istanza ideologica particolare attraverso il suo film, che piuttosto punta a raccogliere in sé molti spunti legati ad una riflessione tutta giocata sul dialogo tra tecnica, medium cinema e sfera digitale.

Sottotraccia, in Tenet, si fa strada la sintesi che Christopher Nolan prova a fare dei punti di contatto tra il suo modo di intendere il cinema e l’infosfera, la dimensione del dato, del link, del Web 3.0, dello scambio di informazioni.

In questo senso non sarebbe troppo sbagliato accostare, almeno negli intenti, Tenet a prodotti come Bandersnatch e Ready Player One all’interno di un ipotetico canone (ancora tutto da costruire e definire) di progetti, tra cinema e serialità, che stanno provando a tematizzare il dialogo tra cinema e orizzonte digitale.

Sotto questa lente particolare, dunque, la pura forma di Tenet si caratterizza per la graduale consapevolezza e maturità che acquisice nel corso del suo sviluppo, del vero e proprio viaggio della narrazione dal prologo al finale, un’evoluzione, una graduale maturazione del linguaggio che tuttavia, fondamentale notarlo, non segue un percorso regolare ma che anzi si caratterizza per una comunicazione schizofrenica tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, tra l’analogico e il digitale.

La struttura base di Tenet sembra reggersi su una sorta di codice binario. Il filmha le sue radici su un’impostazione smaccatamente classica, fatta di archetipi, di personaggi funzione, di entità che a malapena hanno un nome, sulla tradizione, meglio ancora, sullo zero, sulla norma, ma questa struttura base è in interazione fin dal primo istante con la contemporaneità, con l’oggi, con il cambiamento, dunque con l’1. Tra le due strutture ha dunque luogo un continuo scambio di informazioni che genera un flusso che varia le sue componenti essenziali di continuo e soprattutto a seconda del punto di vista da cui lo si osserva, quasi intrappolato in un limbo tra conservazione e rivoluzione.

Senza andare in realtà troppo lontano, per comprendere la struttura base attraverso cui gli elementi tradizionali vengono trasformati dalla dimensione digitale basta riflettere proprio sull’intreccio alla base del film, una ricerca, una quête, direbbero i critici letterari più esperti, dunque una caccia all’oggetto del desiderio le cui coordinate essenziali vacillano fin da subito e finiscono per ibridarsi, anche con evidenza, con i tratti ricorrenti del videogioco, in ossequio a quella gamification a quella continua lettura del reale attraverso la lente del gioco, dell’interazione dell’utente con ciò che lo circonda, che è uno dei capisaldi della cosiddetta Era Digitale.

Il Protagonista e Neil si muovono tentando di portare a termine degli obiettivi dalla difficoltà crescente, agendo tramite operazioni che sembrano funzionare come i livelli di un open world, tra briefing di missione iniziali, svolgimento, obiettivi secondari da portare a termine, fasi e punti di controllo intermedi da cui, eventualmente, ripartire. Utilizzando sguardo più ampio, tuttavia, ci si rende conto che le scheggie di gamification infestano senza soluzione di continuità tutto il sistema Tenet, sia in termini di puro immaginario (pensiamo a quanto, in fondo, il prologo e l’ultimo atto del film riprendano in maniera più o meno evidente l’estetica di un livello a caso di un qualsiasi degli ultimi capitoli della saga di Call Of Duty) che in termini di meccaniche narrative: c’è l’elemento del rewind, del ritorno al passato per agire su di esso (o addirittura sul presente, tramite la manovra a tenaglia temporale) grazie a informazioni note solo al personaggio/giocatore accostabile, sebbene utilizzato in forma dilatata e perfettamente connotata nell’estetica di Nolan, il sistema del trial and error su cui si regge il videogioco, ci sono, soprattutto, quelle prime scene del film, che attraverso quella morte e resurrezione del Protagonista sembra vogliano ricordare in maniera più o meno smaccata quella di un giocatore che torna in vita allo spawn point, pronto a buttarsi in combattimento dopo essere stato ucciso dall’avversario.

In filigrana a Tenet si intravede però una riflessione sul ruolo dei dati e sull’importanza delle informazioni e delle connessioni istantanee nel contesto contemporaneo.

Anche in questo caso, il discorso procede per gradi concentrici, partendo dal tessuto narrativo e arrivando a influenzare la struttura che regge la pellicola. Si parte infatti dalla consapevolezza che Tenet origini narrativamente proprio sulle informazioni, su dati conosciuti da alcuni, custoditi da altri, lasciati viaggiare in maniera controllata tra le parti in gioco (e non è un caso che uno dei motivi ricorrenti del film è quello del “compartimento a chiusura stagna”), dati riorganizzati alla fine in quel Doomsday Algorithm che è l’oggetto ricercato dal protagonista.

Il linguaggio filmico non può far altro che provare a portare in scena questo protocollo di comunicazione istantanea organizzato dallo storytelling e, per questo, con buona probabilità potremmo ricondurre il montaggio certamente aggressivo, forse anche ambiguo del film a questo scopo.

I personaggi si muovono infatti quasi istantaneamente da un punto all’altro del globo, da Londra a Mombay, dai paesi dell’ex URSS al Vietnam nel giro di una singola transizione, quasi fossero entità incorporee capaci davvero di modificare il proprio stato, di passare dal corporeo all’incorporeo (di nuovo, è tutta questione di 0 e di 1) e di poter attraversare confini dopo essersi smaterializzati come farebbero le email o le nostre voci durante una conversazione al telefono.

Da un certo punto di vista anche la rappresentazione del flusso temporale operata da Nolan si muove in ossequio a queste stesse coordinate. Il passaggio dal tempo reale al tempo inverso è istantaneo, basta, in fondo, l’attraversamento di un tornello ma soprattutto il tempo è letteralmente attraversato dai personaggi, che interagiscono con il presente che lentamente diventa passato, lo toccano, agiscono in esso, si muovono in un ambiente responsivo e che evoca quell’estetica dell’interazione che è centrale della nostra contemporaneità, tra touch screen e realtà virtuale.

Da un certo punto di vista, tuttavia, ciò che stupisce di più di un progetto come Tenet e ciò che, forse addirittura di più degli spunti emersi finora, lo rende un prodotto pienamente consapevole della dimensione digitale in cui è immersa è il suo carattere di opera aperta e interagente con un immaginario di segni in continuo aggiornamento. Sebbene anche in passato ci siano stati tentativi in questo senso (pensiamo alla sequenza con cui si apre The Dark Knight, letteralmente un omaggio a Heat e al cinema di Michael Mann in generale), solo con Tenet Nolan accetta di far comunicare il suo film con il sistema semantico in cui è inserito e di lavorare sulle risultanti di queste interazioni.

La chiave è l’evoluzione del prelievo postmoderno, che da semplice mattone costruttivo diventa link, contatto, connessione tra due entità simboliche equipotenti che danno origine a decine di interazioni istantanee che si sostengono a vicenda e da cui dipartono innumerevoli altri segni.

Ed è così che Tenet, a tratti, subisce l’influsso di un immaginario sconfinato le cui immagini agiscono sul suo sistema e lo modificano continuamente, rendendo più o meno evidente il debito del film di Nolan con loro. Abbiamo già accennato alle influenze che Tenet mutua da situazioni specifiche di certi videogames ma è innegabile al contempo, approfondire il gioco di associazioni e dunque rivedere, ad esempio, nella rissa al ristorante in cui è coinvolto John David Washington echi delle sequenze che popolano gli action contemporanei (soprattutto quelli, riformati, della coppia Leitch/Stahelski) ma anche associare la sequenza dell’inseguimento in autostrada ad una delle sequenze centrali di Matrix Reloaded (ma quanti altri momenti simili vengono in mente?)o i colori accesi e acidi della scena del primo passaggio attraverso il tornello temporale ad un’estetica quasi alla Refn.

Forse, dunque, si rischia di osservare la questione Tenet dal punto di vista sbagliato. Forse, in questo caso, il punto non è tanto capire il senso profondo dell’impianto narrativo del film, dell’ordito di Nolan, ma comprendere quanto Tenet parli del contesto socioculturale in cui va ad inserirsi, prefiguri alcune tendenze di là da venire e tematizzi alcuni elementi centrali del nostro fare esperienza del mondo attraverso la dimensione digitale. Quello, semmai, su cui si può e si deve discutere, quanto quest’apertura sulla realtà di Nolan sia stata legata al caso o magari a ragioni produttive o piuttosto (lo speriamo) sia figlia di una sorta di urgenza, di volontà cioè dell’autore di immergersi a pieni polmoni nell’infosfera per plasmarla al fine di tematizzare le tensioni del contesto in cui opera il suo cinema.

Forse Nolan ha davvero finito di scappare?

Alessio Baronci

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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