71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso – Michael Haneke E La Bellezza Dello Sguardo Puro

71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso – Michael Haneke E La Bellezza Dello Sguardo Puro

E’ una sensazione strana. Scorrono i titoli di coda di Funny Games ed un curioso disagio comincia a salirti dalle viscere. Paradossalmente, non ti senti “sporco dentro”, non più di quanto ti ci sentivi quando hai premuto Play sul lettore ed il film è iniziato almeno, è più un ammettere a te stesso che stavolta hai perso, che il film ha raggiunto il suo scopo, che Haneke ha vinto, o meglio, che ti ha distrutto senza possibilità di replica.
Più precisamente, ti senti violato nell’intimità. Girarci attorno serve a poco, Funny Games è il film con cui Michael Haneke fondamentalmente distrugge quella classe medio borghese che finora ha dominato i suoi film (e che strutturerà anche i suoi progetti successivi), quella stessa classe media di cui tu, spettatore tipo fai parte, quella stessa classe media che in poco più di cento minuti di girato viene in un primo momento concretizzata in scena grazie ai tre membri della famiglia protagonista del film e subito dopo viene, materialmente, fatta a pezzi da Peter e Georg, alla stregua di sacerdoti postmoderni impegnati nel sacrificio supremo dei capri consacrati, un po’ come se, a seguito del brutale omicidio della famiglia, tutta la negatività, tutti i valori deviati incarnati dai suoi componenti, venissero esorcizzati. Allora, forse, ecco il perché di quel disagio, perché noi, nel nostro piccolo, siamo terrorizzati dal fatto che un giorno, Peter e Georg possano entrare in casa nostra e possano squartarci come vitelli al macello per punirci delle nostre colpe da mediocri borghesucoli, perché sappiamo di essere dalla parte del torto, sappiamo di essere degli ipocriti senza speranza, sappiamo, in buona sostanza, che prima o poi la pagheremo cara. Il fascino diFunny Games sta proprio qui, all’esatto punto d’incontro tra il disprezzo per il suo creatore, un Haneke senza scrupoli, che arriva a maltrattare lo spettatore sul piano visivo (per la crudezza delle immagini che egli si ritrova a contemplare) ed uditivo (avete presente la colonna sonora di John Zorn, no?) e l’indiscutibile fascino, quasi masochistico, che ciascuno di noi ha verso artisti che si rapportano in modo così violento con i loro interlocutori. Giunti a questo punto però, bisogna evitare di cadere in un pericoloso errore. Potrebbe sembrare in effetti che Haneke tragga uno strano godimento nello sguazzare in quello strano nichilismo misto a crudeltà che costituisce il tessuto “sentimentale” di quello che è, a tutti gli effetti, il suo film più famoso (tessuto che plasmerà anche i suoi progetti successivi) e tuttavia, ed è qui che si apre quella sorta di “sistema Haneke” che è anche il nucleo di questo pezzo, credere ciò significherebbe allontanarsi di molto dalla verità. Haneke non è arrabbiato con noi, Haneke è soltanto stanco, un po’ come quel Dio del Vecchio Testamento che un bel giorno si sveglia e decide di ammazzare qualche miliardo di creature viventi affogandole sotto le piogge del diluvio universale.

Still dal film “71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso”

L’Haneke dei 71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso non è lo stesso di Funny Games, è, piuttosto, un regista che, nel voler comunque analizzare quella classe borghese che è da sempre al centro della sua poetica, sceglie di fare tutto ciò utilizzando un approccio quasi da antropologo, più che da lucido punitore di ideologie malsane. Tutto ruota attorno a cinque storie caratterizzate tutte da un certo grado di ordinarietà (un ragazzino in fuga dall’Europa dell’Est martoriata dalla guerra cerca rifugio a Vienna; un anziano solo e malato tenta in tutti i modi di ricostruire il rapporto con la figlia, impiegata in un’importante banca della capitale austriaca; una guardia giurata assiste impotente al naufragare del matrimonio con la moglie; un’altra coppia tenta di ricostruire una parvenza di unione grazie all’adozione di una bimba che passa il suo tempo a rifiutarli ed infine, uno studente universitario tenta di trovare il suo posto nel mondo attraverso un gesto assurdamente tragico e gratuito che sembra stia progettando da mesi), ognuna scomposta in tante piccole schegge (i 71 frammenti del titolo) che si intersecano tra di loro senza un’apparente soluzione di continuità ma anzi sfruttando pienamente questo effetto straniante della narrazione, grazie all’interpolazione di due o tre secondi di puro nero che interrompono bruscamente il racconto di un particolare segmento per tornare a concentrarsi su un’altra “zona”  della diegesi. I 71 Frammenti non feriscono lo spettatore allo stesso modo di Funny Games eppure non si può dire che rinuncino ad instaurare una qualche connessione con il loro pubblico.La semplicità delle storie attorno a cui si struttura il film in realtà è solo la chiave che ci permette di entrare all’interno del progetto che Haneke intende portare avanti (fino a concluderlo, come vedremo trapoco), perché in realtà, il vero nucleo, la vera e propria arte di una pellicola del genere risiede nel modo in cui queste stesse storie sono raccontate.Sembra che ad animare il regista, in questo caso, ci sia una certa volontà di “museificare” il racconto: il dialogo tra i personaggi è al minimo, le inquadrature privilegiano sempre i campi più ampi, anche negli interni, ed i piani ravvicinati si contano sulle dita di una mano. La scena è una teca, i soggetti al centro della storia sono tanti piccoli componenti di diorama che compiono azioni quotidiane nel tentativo di sopravvivere un giorno in più rispetto alle aspettative e noi siamo lì, guidati dal regista, ad osservare i loro comportamenti, provando negli stessi istanti uno dei sentimenti più complessi mai percepiti nel corso della nostra vita, perfetta sintesi tra un’empatia effimera, costretta, di plastica distaccata (su cui poi si tornerà), ed una freddezza che lascia poco spazio a sentimenti puri ed autentici. Prendiamo questo mix di sensazioni e soffermiamoci solo su una di esse, sul distacco, sulla mancanza di empatia e proviamo ad arrivare al suo sentimento complementare. Partendo da questo distacco, dalla mancanza di empatia che invariabilmente ognuno di noi prova verso la storia raccontata nel film, possiamo precisare ancora di più il discorso. Si può essere, in fondo, distaccati come spettatori di un’installazione museale, ma si può esserlo, al di là di tutto, anche come scienziati impegnati nello studio di un particolare fenomeno, viene solo da chiedersi, a questo punto, come mai il nostro Haneke ci abbia voluto mettere in questa situazione quantomeno inusuale quando non propriamente disagevole.

Per trovare la risposta a tutto ciò, probabilmente conviene fare un passo indietro. E’ il 1989 quando nelle sale esce l’esordio del regista,Il Settimo Continente, lucidissima cronaca che documenta l’autodistruzione di una famiglia borghese tipo che, ingabbiata nella sua routine quotidiana, impossibilitata a “cambiare stato”, un po’ come direbbe Verga, decide di compiere un suicidio collettivo anche qui sfiorando l’orizzonte del rituale religioso (il padre, la madre e la figlia si uccidono infatti solo dopo aver distrutto tutto l’arredo, le suppellettili, gli oggetti presenti in casa, tutto ciò, insomma,  che li denotava come appartenenti alla classe borghese) in un estremo tentativo di uscire dalla prigione dell’abitudine, che racchiude in sé anche una straordinaria volontà purificatoria insita nel gesto stesso del suicidio. Anche in questo caso, l’approccio alla scena di Haneke è freddo, metodico, le azioni in gioco sono minime, la tensione è alta ed in continua ed esponenziale crescita fino al violento epilogo, anche in questo caso, l’atteggiamento del regista (e di conseguenza, quello incarnato da noi spettatori nel momento in cui ci rapportiamo alla pellicola) è ai limiti del clinico. Tutti noi, in fondo, insieme ad Haneke siamo osservatori non empatici di un particolare fenomeno in atto in scena, un fenomeno con cui tuttavia, siamo costretti ad interfacciarsi in maniera così profonda da osservarne anche le estreme conclusioni, teniamo bene a mente tutto questo e vediamo dove arriviamo…E’ il 1992, Haneke è al suo secondo lungometraggio Benny’s Video, un film che ruota attorno alla morbosa vicenda dell’omicidio filmato di una ragazzina ad opera di un suo coetaneo, attratto a tal punto dalla ripresa video della volta in cui ha ucciso un maiale, da voler ricreare l’esperienza aumentando però la posta in gioco. Particolare da non sottovalutare, anche in questo caso, è che il giovane omicida è il figlio di una coppia borghese che ha fatto dell’apparenza, dell’atteggiamento di facciata, dell’ipocrisia spicciola i valori attorno a cui strutturare la vita quotidiana e le relazioni interpersonali. In questo senso Benny’s Video è il racconto, in forma di studio, di come in ogni famiglia esista, in fondo un lato oscuro, che, spesso, emerge prepotentemente, ha la meglio e riesce a distruggere il sistema comunitario e sociale che finora ha tentato di reprimerlo.


C’è un filo sottile che lega i primi tre film di Haneke, un filo che va al di là della definizione che danno i critici a questa trilogia (la chiamano “Trilogia Della Glaciazione” come a voler rimarcare quella generale freddezza, quel distacco che si respira all’interno dei tre film). Il Settimo ContinenteBenny’s Video 71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso sono, lo abbiamo già accennato ma lo ripetiamo giusto per chiarezza, tre studi sulla classe medio borghese, nella misura in cui uno studio sia uno strumento necessario a capire un fenomeno e a correggerne gli errori formali in vista di una crescita e di un miglioramento comune. In questi tre film Haneke (borghese lui stesso in fondo), si rivolge al pubblico medio borghese in sala e lo pone, utilizzando una profonda lucidità e quel distacco che sono le basi per una riflessione obiettiva su qualsiasi cosa, di fronte a loro stessi e alle loro ipocrisie. E dunque, nel primo film il regista pone il focus della riflessione sulla prigione della routine borghese e sul piacere consumistico dato dalla possessione dell’oggetto, del bene da sfoggiare in società; nel secondo passa a criticare il desiderio di autoconservazione tipico della borghesia (con il padre e la madre di turno che fanno di tutto per aiutare il figlio a far sparire il cadavere della ragazza, vedendo nell’omicidio, prima di qualsiasi altra cosa, un pericolo per la loro reputazione); nel terzo infine, l’attenzione di Haneke è attratta dall’indifferenza con cui, il più delle volte, la borghesia si rapporta al mondo contemporaneo. Riprendendo il paragone di qualche riga fa e sfrondandolo di qualsiasi elemento metaforico, potremmo dire che prima di essere fruitori di una realtà museificata, prima di essere ricercatori impegnati in uno studio critico, durante la visione dei 71 Frammenti gli spettatori si riappropriano del loro status di osservatori attivi. In parole molto semplici, Haneke con il suo film ci fa entrare nella vita quotidiana dei suoi personaggi, ci fa conoscere le loro storie ordinarie, ci rende partecipi dei loro drammi ed in questo modo ci fa comprendere quanto, in fondo, conosciamo poco le persone con cui ci rapportiamo, costrette anche loro in un atteggiamento, in un’apparenza che prova a conservare una certa rispettabilità sociale, e che tuttavia, nella loro interiorità, vivono drammi a cui noi non possiamo (o vogliamo?) accostarci, forse perché troppo presi a rincorrere conquiste effimere guidati da valori profondamente a-sociali. 

Still dal film “71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso”

Tre film, tre fasi di un ragionamento, che segnano tuttavia anche un processo di evoluzione nell’atteggiamento con cui Haneke decide di porsi nei confronti dello spettatore. Nei primi due film della trilogia, malgrado un certo atteggiamento morboso di fondo che anima il sistema e che contribuisce a sviluppare nell’inconscio dello spettatore un certo disagio, prevale comunque la dimensione dell’indagine. “Va tutto bene”, sembra volerci dire Haneke, “ecco come siete, ecco cosa siete, vi ho avvertito in tempo, ora però sta a voi…impegnatevi a cambiare in meglio per il bene di tutti”. Al contrario, nel terzo film della trilogia, il disagio che assale lo spettatore si fa più pressante. Il pubblico, è innegabile, fa molta fatica a seguire l’intreccio a causa del sistema frammentario attorno a cui si struttura il racconto e quella stessa osservazione distaccata del quotidiano con cui ci costringe a fare i conti il regista è profondamente destabilizzante. Quel rapporto empatico che Haneke prova a ricostruire è, in fondo, come si diceva, artificiale, falso e soprattutto cozza con una freddezza, con un distacco di fondo che certo non può essere ben accolto dall’interiorità dello spettatore. Questo disagio, questa negatività di cui sono impregnati i frammenti sono il naturale riflesso della profonda disillusione del regista, che forse per la prima volta ha compreso come il suo pubblico, come quella borghesia che popola le sale cinematografiche, probabilmente non cambierà mai, probabilmente, ancor meglio, non vuole essere salvata. In ultima analisi dunque, 71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso assume i tratti dell’avvertimento. Quell’esplosione di violenza priva di senso nel finale suona, in effetti, quasi profetica in rapporto a tutto questo. Se le cose non cambiano, è esattamente così che finirà tutto, è esattamente così che la società si depurerà eliminando dall’equazione quella borghesia gretta e materialista che fino ad ora ha spadroneggiato: attraverso un atto violento che lavi con il sangue tutta l’ipocrisia insita nel profondo di questa classe sociale. C’è ancora tempo per cambiare però, in quel 1994, l’atto violento dei Frammenti è solo dimostrativo, simile ad una pistola a salve, siamo ancora liberi, al di là di tutto, di scegliere di occupare il lato positivo di tutta questa storia.

Still dal film “71 Frammenti Di Una Cronologia Del Caso”

Peccato che alla fine, almeno secondo Haneke, non l’abbiamo fatto. Si torna così all’inizio, si torna a quel Funny Games che rappresenta quell’atto violento e riparatore a cui si è accennato all’inizio del pezzo e che si è tornato ad evocare qui. La brutalità dei due giovani biancovestiti che uccidono la famigliola borghese felice è l’atto concretizzante della rabbia cieca che il regista sta sfogando verso di noi, esseri informi innamorati della nostra condizione, soddisfatti di vivere nell’errore. Poco cambia, in fondo, se alla fine, al termine dell’atto sacrificale, Haneke ha ristabilito una parvenza di ordine, ha eliminato almeno tre borghesi dall’equazione, il danno ormai è fatto, oramai non (ci) resta che osservare le macerie di quel mondo che noi stessi abbiamo contribuito a distruggere.

Alessio Baronci


Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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