Roma FF-14 – Antigone – Tra Cinema D’Impegno E Rielaborazione Postmoderna

Roma FF-14 – Antigone – Tra Cinema D’Impegno E Rielaborazione Postmoderna

Antigone di Sophie Deraspe è la rivisitazione in chiave moderna dell’omonima tragedia di Sofocle”, questo è quanto leggerete sul programma della quattordicesima edizione della Festa del cinema di Roma. Cosa certamente vera, non si discute, ma forse troppo riduttiva per poter afferrare a pieno il senso e il valore intrinseco che un titolo del genere racchiude.

Se da un lato il film della Deraspe non può fare a meno di rifarsi ai motivi cardini, ai sottotesti nascosti e alle varie influenze discorsive del materiale di base, mantenendo inalterati i nomi dei personaggi o inserendo occasionalmente un paio di rimandi visivi (su tutti un manifesto con su scritto Edipus) per rimarcare il legame con la fonte originaria, dall’altro, è interessante notare come proprio la possibilità di ripensare (quasi) da zero la materia attraverso un’impostazione postmoderna e di riproporre il testo su un piano più vicino all’attualità, allo sguardo sociale odierno, ad una una prospettiva e ad un’estetica corrispondente a precise esigenze personali e artistiche, abbia fornito alla regista (che ha anche lavorato alla sceneggiatura) gli strumenti necessari per ridefinire e via via strutturare il film decidendo sempre più coscientemente di prendere le distanze dall’apparato classico per scomporlo e ricostruirlo su nuove fondamenta. Lo scopo che qui si cerca di raggiungere, infatti, non è semplicemente quello di aggiornare l’opera tragica, ma di ripensarla sistematicamente dall’interno per toccare una serie di tematiche quanto mai spinose e controverse e parlare allo spettatore con un approccio asciutto e diretto, teso ad analizzare i lati fallaci e oscuri della società contemporanea di cui esso stesso fa parte senza fare sconti a nessuno.

Non è affatto casuale in tal senso, come ha più volte spiegato la stessa Deraspe, che questa nuova versione dell’Antigone sia stata concepita prendendo ispirazione da un brutto fatto di cronaca avvenuto nel Québec qualche anno fa. Un ragazzo di origini sudamericane rimase ucciso durante un fermo di polizia da un colpo di pistola di un agente. La vicenda scosse non poco la comunità canadese, tanto che molti cittadini risposero all’accaduto attraverso una serie di proteste e sommosse popolari con l’intento di manifestare il proprio dissenso nei riguardi della mancata applicazione della legge nel caso del ragazzo ucciso e lo sgomento di fronte all’uso eccessivo della forza da parte della polizia. Un drammatico episodio che ha permesso alla regista di argomentare tutta la narrazione di Antigone attraverso una struttura in tre atti e affrontare alcune problematiche irrisolte nella società canadese. Temi quali la condizione degli immigrati, la precarietà del diritto alla cittadinanza, la difficoltà delle minoranze straniere di garantirsi un tenore di vita accettabile e di inserirsi in un contesto sociale e statale non sempre in grado di accoglierli e la precisa volontà di scavare nel lato oscuro delle istituzioni (l’abuso di potere delle forze dell’ordine, l’insensibilità del sistema giudiziario) costituiscono così la materia calda e incendiaria dentro cui far muovere gli archetipi della tragedia sofoclea e porre il pubblico nella scomoda posizione di confrontarsi con quanto viene mostrato. Nel fare questo la Deraspe pone al centro del racconto una protagonista tanto inflessibile, coraggiosa e caparbia, quanto fragile e autolesionista nelle scelte compiute, una giovane che agisce in nome di un legame familiare sentito come sacro, inviolabile e per cui sarà disposta a perdere tutto.

Antigone (Nahéma Ricci) è una ragazza di diciassette emigrata in Canada insieme alla nonna Ménécée (Rachida Oussaada), la sorella Ismène (Nour Belkhiria) e i due fratelli Étéocle (Hakim Brahimi) e Polynice (Rawad El-Zein). Vive lì dal giorno in cui ha lasciato il paese d’origine dove i genitori sono stati brutalmente uccisi, un trauma che l’ha profondamente segnata quando era solo una bambina, tanto da sentirsi in dovere di tenere unito ciò che le resta della sua famiglia. I fratelli però sono affiliati ad una gang di piccoli criminali, detta Hadidi, e quando Étéocle viene ucciso nel tentativo di aiutare Polynice durante un fermo di polizia, la situazione drammaticamente deflagra. Polynice viene accusato di resistenza e aggressione contro l’agente che ha sparato e in quanto maggiorenne, con qualche piccolo reato alle spalle, rischia seriamente di vedersi rifiutare la cittadinanza e dunque l’estradizione. Delusa per la mancata giustizia nei riguardi dell’omicidio di Étéocle e terrorizzata dall’idea di perdere anche Polynice, Antigone organizza un piano per far evadere il fratello e prenderne il posto in carcere, convinta di incorrere in una pena più lieve, lei che è una studentessa modello e incensurata. Nonostante le minacce e la detenzione in un riformatorio, la ragazza resta fedele alla sua scelta e si prepara ad affrontare un processo che minaccia seriamente di compromettere il suo futuro e di perdere per sempre l’amore di Hémon (Antoine DesRochers), un compagno di scuola a cui è sentimentalmente legata. Antigone però è pronta ad accettare le conseguenze delle sue azioni perché, come afferma ad alta voce verso l’uditorio del tribunale (e dunque verso lo spettatore): «Temo più il giudizio dei morti, rispetto a quello dei vivi». Perché se è vero, come scrisse Goethe, che il concetto di tragicità è sempre fondato sulla base di un conflitto inconciliabile, quello messo in scena nel film della Deraspe è proprio uno scontro morale prima che ideologico, quello tra la legge dello Stato e l’etica personale, tra la fredda inflessibilità del sistema giudiziario e il rispetto verso il prossimo, sentimento di cui Antigone diviene simbolo, recuperando quel sottotesto politico già presente nel testo di Sofocle, senza risultarne indebolito o men che meno travisato al netto di qualche didascalismo di troppo (come nel dialogo tra la protagonista e una psicologa ceca di nome Therese, ovvio riferimento alla figura del saggio Tiresia del testo sofocleo). Proprio nelle fasi processuali, nella reclusione della ragazza e nei piccoli e grandi gesti di ribellione che il film della Deraspe recupera e rilancia la sua urgenza discorsiva: la volontà di contrapporsi ad una (in)giustizia sociale attraverso qualsiasi forma di protesta civile in un tempo in cui la verità è sempre più inafferrabile e incapace di definirsi in una forma unica e indiscutibile. Ciò è evidente nei video in cui è ripresa la morte di Étéocle dove è possibile vederlo tirare fuori un cellulare, non un’arma, al momento dello sparo, rivelando l’eccessivo uso della forza da parte della polizia e l’ingiustizia di cui è vittima il ragazzo, o nella strumentalizzazione dell’immagine di Antigone a partire da una foto segnaletica più volte ripresa, modificata e rifiltrata a seconda di chi la ritiene una martire, una terrorista, una criminale o una vittima.

Ricollegandoci a quest’ultimo punto, la regista pone anche un’attualissima riflessione sui meccanismi di rappresentazione del presente in modo non troppo dissimile da quanto aveva già fatto nel documentario The Amina Profile. L’aula di tribunale non è altro che un palcoscenico che la protagonista Antigone deve imparare a calcare (come le suggerisce l’avvocato difensore) per parlare e far valere le ragioni del suo agire, per farsi ascoltare da quelle istituzioni che non comprendono il dissidio interiore che la lacera, il valore umano della sua scelta; è il luogo in cui dare il via a quella voce di protesta di cui diventa, suo malgrado, artefice e poi simbolo attraverso la risonanza dei mezzi di condivisione e di rappresentazione dei social network.

Le nuove tecnologie, gli smartphone, Instagram, le app modello Tik Tok sono però visti all’interno di Antigone sia come strumenti di rivelazione che di mistificazione della realtà, oggetti capaci di scatenare campagne hater, fortemente denigratorie e razziste contro il bersaglio di turno e su cui montare una gogna mediatica, ma anche di dare risonanza ad atti di dissenso civile, come nella scena del flash mob nell’aula di tribunale in cui amici e compagni di scuola di Antigone danno il via alla protesta in sostegno della ragazza attraverso il semplice squillo dei telefonini, nei video istant o nelle sequenze in cui vediamo i sostenitori della ragazza scrivere graffiti e sventolare manifesti con il suo volto, oramai divenuta icona mediatica di lotta e di resistenza contro i crimini di Stato e la disumanità delle istituzioni. Antigone diviene così immagine indelebile di solidarietà e forza d’animo, anche e soprattutto nei momenti più discreti, attraverso il semplice gesto di tagliarsi i capelli e tingerli di rosso (colore dell’amore e del calore di cui Antigone si è resa simbolo) da parte delle compagne di cella o nei sit-in fuori dal riformatorio in cui la nonna Ménécée esprime la vicinanza alla nipote attraverso un canto commosso e commovente.

La lotta di cui si fa portavoce Antigone è però sofferta e sarà pagata a caro prezzo quando si renderà conto che a nulla è servito sperare nella clemenza della corte. Pur non ripercorrendo lo stesso epilogo della tragedia di Sofocle, il film conduce la protagonista ad un destino non meno feroce, obbligata ad una prigionia inizialmente fisica e poi interiore, ad una negazione esterna del suo essere donna e della propria femminilità sin dalla messa in atto del piano per far evadere Polynice (non a caso tramite un travestimento e lo scambio di persona) e infine all’isolamento e all’esilio, nonostante un pre-finale, dove la regista le concede un breve istante di felicità in cui vivere il suo primo rapporto d’amore con Hémon, prima di procedere verso un destino pieno di incertezze. Se Antigone sceglie il sacrificio di sé e porta avanti fino alla fine la sua decisione, pur ammirandone il coraggio e l’attaccamento alle proprie radici familiari e culturali, non si può non considerarla come una presa di posizione fin troppo estrema e autolesionista che trova il perfetto controcanto nella figura di Ismene, con il suo desiderio di essere libera e di vivere la sua vita nonostante le scelte sbagliate dei suoi fratelli e il dramma che sta consumando la sua famiglia.

Antigone di Sophie Deraspe si dimostra così, oltre che un coraggioso approccio di ridefinizione postmoderna della tragedia classica, un’opera di impegno civile profondamente sentita, sicuramente controversa e non totalmente risolta sul piano ideologico, ma capace di rilanciare la necessità di una lotta e di una presa di posizione contro le ingiustizie in una realtà sempre più difficile da afferrare e sempre più facile da travisare e distorcere.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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