Jojo Rabbit – Il Dramma E La Commedia Nel Segno Del Ribaltamento

Jojo Rabbit – Il Dramma E La Commedia Nel Segno Del Ribaltamento

È da sempre questione delicata e rischiosa rievocare la tragedia dell’Olocausto. Lo è per diverse ragioni. In primo luogo per tutta una serie di dibattiti critici/etici sulla rappresentabilità dei campi di concentramento, della morte e delle varie atrocità che si sono consumate durante una pagina così oscura della storia del Novecento; lo è per la facilità con cui ultimamente si tende a banalizzare e depotenziare la materia di base appoggiandosi a delle strutture narrative sempre più consolidate, finendo per offrire l’ennesimo prodotto elegante ma privo di personalità ed eccessivamente ricattatorio nei confronti del pubblico.

In tutto questo però c’è stato anche qualcuno che ha scelto di affrontare il tema attraverso lo strumento della satira, della commedia degli equivoci, della messa in ridicolo della figura di Hitler e del rovesciamento dissacratorio di tutti i simboli e i motivi della politica e dell’ideologia nazionalsocialista. Mi riferisco a titoli quali To be or not to be di Ernst Lubitsh; Il grande dittatore di Charlie Chaplin e The Producers! di Mel Brooks.

Oggi in un’epoca in cui i modelli produttivi e distributivi stanno cambiando e con essi anche determinate modalità con cui il cinema e altri mezzi di comunicazione si interfacciano ai generi e ai modelli di narrazione sarebbe quanto mai auspicabile sperare in un prodotto capace di trattare la materia con atteggiamento aperto alla sperimentazione, alla volontà di far confrontare il pubblico contemporaneo con qualcosa di adeguato ai tempi, coraggioso, magari retorico al punto giusto e che mantenga, nonostante le tappe obbligate che si è tenuti a rispettare quando si sfiorano determinati temi, una chiara impronta autoriale.

Ed è a questo punto che vale la pena soffermarsi su Jojo Rabbit, libero adattamento de Il cielo in gabbia di Christine Leunens, scritto e diretto dal regista neozelandese Taika Waititi.

Taika Waititi è un autore che al di là del genere con cui ha deciso ogni volta di confrontarsi ha sempre fatto del ribaltamento dei codici linguistici, dell’alternanza improvvisa tra leggerezza e dramma, dello sguardo dolceamaro punti fermi di un percorso immediatamente riconoscibile. What we do in the Shadow, forse il titolo più significativo di questa cifra stilistica, è un mockumentary surreale che si nutre dell’equilibrio tra senso di comicità, nonsense da un lato e di un’atmosfera cupa con diversi momenti splatter dall’altro. Thor Ragnarok, terzo capitolo stand alone dedicato alle avventure del Dio del Tuono, si distacca nettamente dai predecessori proprio in virtù di un cambio di marcia, meglio ancora uno svecchiamento del personaggio e delle dinamiche interne al racconto che, seppur filtrate dalla presenza di Kevin Feige, l’eminenza grigia dietro al Marvel Cinematic Universe, riflettono quella cifra stilistica che è propria di Waititi. Si tratta di un autentico prodotto d’autore in cui è rintracciabile quel medesimo sano spirito di leggerezza e irriverenza di What we do in the shadows, capace di mostrare il lato più goffo, umano e fragile dei personaggi ma che non indietreggia di una virgola nel momento in cui deve restituire la drammaticità di alcuni snodi narrativi in cui si assiste alla morte di un personaggio o (perfino) a delle esecuzioni di massa.

Nel caso di Jojo Rabbit la questione si fa necessariamente più delicata e ti obbliga in un modo o nell’altro a prendere una decisione e portarla avanti fino in fondo.

Waititi però non solo dimostra di voler portare avanti quell’estetica del rovesciamento di cui si è appena detto, ricercando un equilibrio capace di tener conto sia degli aspetti più luminosi e teneri del racconto che di quelli più cupi, sgradevoli e poco consolatori ma tenta proprio attraverso questa scelta stilistica di trovare la chiave ideale per esorcizzare l’orrore e allo stesso tempo demistificare lo spettro del nazismo attraverso un tipo di commedia irriverente, condita di momenti surreali e assurdo.

Il protagonista Jojo Betzler è un ragazzino di dieci anni fervente sostenitore delle idee propagandate dal regime e in procinto di entrare tra le fila della Gioventù hitleriana. Gli piacciono le svastiche, sogna di diventare un soldato al servizio della patria perché vede Hitler come un mito ed è convinto, pur non avendone mai visto uno da vicino, che gli ebrei abbiano corna e squame, che siano una sorta di razza aliena capace di assumere sembianze umane e che vogliano conquistare il mondo con il potere dell’ipnosi.

Il suo amico immaginario è una versione infantile e a tratti grottesca di Hitler (interpretato dallo stesso Waititi) con cui il piccolo interagisce spesso per chiedergli consigli nei momenti di maggior insicurezza che però si rivelano spesso fallimentari e privi di senso: gli offre spesso una sigaretta che Jojo puntualmente rifiuta; prima di scomparire chiede di essere salutato con un perfetto Heil Hitler, quasi fosse un bimbo da accontentare.

Questa visione infantile e caricaturale del personaggio suggerisce l’immagine del Nazismo come di una realtà colorata ma allo stesso tempo distorta, i cui simboli e parole vengono dapprincipio proposti come fossero qualcosa di innocuo, ridicolo, ma che lentamente svelano azioni e retroscena cupi e drammatici.  

Ogni elemento all’interno del film si fa portatore di un rovesciamento, un continuo cambio di segno per cui un istante di tenerezza tra i personaggi si ribalta improvvisamente in una scena dove a prendere piede è lo sbigottimento, o in una sequenza che dovrebbe essere caratterizzata dal pathos o da un alto livello di tensione tutto finisce per stemperarsi lentamente in un momento di leggerezza.

L’entrata in scena di Hitler e tutte le scene ambientate nel campo di addestramento che sembrano tratte direttamente da un qualunque film per ragazzi vengono totalmente ribaltate nella lunga sequenza della liberazione di Vienna da parte delle truppe americane. Proprio lì l’immaginazione, l’illusione fanciullesca, l’aspetto innocuo di tutto quella che costruiva il mondo di Jojo viene spazzato via facendolo toccare con mano la spietata e insensata realtà della guerra, l’oscurità e lo smarrimento di fronte alla morte e alla distruzione. La bugia del nazismo viene completamente smontata e con essa l’innocenza del protagonista finalmente consapevole della tragedia consumata di fronte ai suoi occhi.

Il carattere e la personalità di Watiti non viene meno neanche nella volontà di approfondire quelle tematiche che hanno da sempre interessato il suo cinema. Se la scelta di ripensare il materiale letterario della Leunens secondo i canoni più tradizionali e “rassicuranti” del romanzo di formazione offrono al regista un terreno più comodo da gestire va detto che tutto è felicemente riconducibile a quanto fatto in passato: le dinamiche e i rapporti tra i personaggi nel segno della fratellanza (nel rapporto tra Jojo e Adolf); il confronto tra opposti (qui incarnato nell’incontro tra Jojo e Elsa), il senso di solitudine (in fondo Jojo vuole essere accettato nel gruppo pur non riconoscendosi fino in fondo in quegli ideali estremisti e violenti) e la ricerca di una rivalsa mista ad un sentimento di disillusione (qui ottimamente incarnata nel personaggio del comandante Klenzemdorf, pronto a morire da soldato del regime ma non del tutto cieco alle insensatezze e alla brutalità di ciò che esso rappresenta).

Tuttavia Jojo rabbit non riesce a mantenersi in equilibrio come vorrebbe e in più di un’occasione cede il fianco ad un paio di cadute di stile che rischiano qui e là di compromettere l’operazione messa in piedi da Waititi.

Pur comprendendo le ragioni di limitare la presenza di Hitler nel corso della vicenda, le potenzialità offerte da un simile spunto narrativo (che non può non far tornare alla mente la dinamica Allen-Bogart di Provaci ancora Sam) non sembrano essere sfruttate del tutto, tanto che l’intento satirico, che pure è ben presente nell’interpretazione sopra le righe di Waititi, appare alquanto spuntato e ridotto rispetto ad una scrittura che privilegia situazioni caratterizzate da un sentimentalismo che rischia spesso di cadere nella stucchevolezza.

Ma allora l’operazione di Waititi può comunque dirsi riuscita nonostante qualche difetto? Probabilmente sì, perché dove Jojo Rabbit si distingue nettamente dagli altri è proprio nell’ammirevole e niente affatto scontata fiducia di Waititi nei propri mezzi e nella sua capacità di raccontare l’infanzia plagiata e ingannata dal fanatismo. Non si tira indietro quando ha la possibilità di inserire dei chiari rimandi all’attualità, dove si assiste ad un ingiustificato e pericoloso atteggiamento giustificatorio verso certi comportamenti estremisti, e anche per questo riesce a trovare le corde giuste per parlare allo spettatore più giovane.

Waititi vince grazie alla capacità di restituire il senso di spaesamento e la crudele assurdità di una pagina nera della nostra Storia con cui non abbiamo chiuso del tutto i conti, lo fa senza paura di giocare con la leggerezza e la comicità più deflagrante e ci offre persino un messaggio di speranza senza scadere nella facile retorica. E lo fa con un film multiforme e personale, divertente e commovente, una narrazione che è in parte dramma e in parte commedia, o meglio è il perfetto esempio di come l’uno può trasformarsi e ribaltarsi nell’altro.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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