Dark Waters – La Politica D’Autore, Hollywood e Il Cinema Civile

Dark Waters – La Politica D’Autore, Hollywood e Il Cinema Civile

C’è un’altissima probabilità che Dark waters verrà ricordato dai più come il film “meno” personale della carriera artistica di Todd Haynes.

Anzi, per offrire un ulteriore premessa, è giusto ricordare che questo film nasce soprattutto dalla volontà dell’attore Mark Ruffalo, noto ai più per aver interpretato il ruolo di Bruce Banner/Hulk nei film del Marvel Cinematic Universe, e che qui oltre a vestire i panni del protagonista si è esposto anche nelle vesti di produttore. D’altronde Ruffalo è noto per essere un attivo sostenitore di diverse cause a tematica ambientale oltre che una delle voci più sentite nell’ala liberal della Hollywood contemporanea.

La storia di Dark waters ricostruisce la lunga e difficile azione legale portata avanti da un avvocato di Cincinnati, tale Robert Bilott, in cui non solo riuscì a dimostrare le responsabilità di uno stabilimento chimico DuPont, presso la cittadina di Parkersburg, West Virginia, colpevole di aver riversato per più di quarant’anni del PFOA (un idrocarburo sintetizzato nella fabbricazione di prodotti per uso domestico) nei corsi d’acqua, causando così un’impressionante numero di malattie cancerogene e deformazioni agli organi tra le persone e gli animali della zona, ma come la stessa multinazionale per mero profitto avesse sempre saputo degli alti livelli di tossicità della sostanza e avesse continuato a esporre operai e famiglie del territorio e (più in generale) gli stessi consumatori americani a serio pericolo di contaminazione.

La vicenda legale e umana di Bilott, la sua lotta per far ottenere giustizia a tutte quelle persone ingannate, le cui vite sono state avvelenate e distrutte a causa delle azioni della DuPont, è l’occasione perfetta per Ruffalo (e per la Hollywod liberal che egli stesso incarna) per proporre un titolo totalmente allineato all’ideologia e alle necessità didattiche del messaggio di “denuncia” che ne è alla base, e provare a puntare su qualche statuetta nella stagione degli Academy. Un intento chiaramente non disprezzabile (nonostante le preferenze dei votanti siano andate in tutt’altra direzione) ma che anzi trova una sua ragion d’essere in quello specifico filone noto come “cinema d’inchiesta”, genere nato nel pieno contesto della New Hollywood e che con un titolo caposaldo come Tutti gli Uomini del Presidente ha dato vita ad una lunga tradizione di film di denuncia grazie ad esempi pregevoli e di indubbio spessore quali Insider, A civil action, Erin Brockovich e più di recente, Spotlight, che proprio nel 2016 ha ottenuto il più alto riconoscimento nella serata degli Oscar.

In un periodo di tensioni politiche come quello dell’era Trump, in cui la riflessione sulle storture del sistema capitalistico sono sotto la lente d’ingrandimento di tutti e la questione legata all’ambiente e ai cambiamenti climatici è particolarmente discussa, Dark waters si pone idealmente il medesimo scopo dei suoi predecessori, ovvero riflettere e far riflettere il pubblico su una serie di problematiche che vanno a toccare la loro sfera sociale, politica e culturale, in questo caso la loro salute cercando di filtrare lo stesso genere attraverso un’approccio alla materia fedele ma allo stesso tempo autoriale.

Nei suoi aspetti puramente teorici e concettuali, Dark waters espone la sua denuncia in modo efficace, con una solidità argomentativa inappuntabile e che funziona proprio perché affronta una questione che ci riguarda da vicino. Perché noi, tutti noi, siamo testimoni delle conseguenze dell’inquinamento sul nostro pianeta, compriamo e usiamo quotidianamente padelle antiaderenti, entriamo in contatto con il Teflon (materiale ricavato dal PFOA) ogni giorno senza sapere cosa può causare una simile sostanza nel nostro organismo e cosa abbia già causato, perché la nostra salute è importante.

La sceneggiatura di Mario Correa e Matthew Michael Carnahan, in questo senso, aderisce perfettamente ai dettami del genere ma attinge in maniera filologica (quasi al limite di una fredda ricostruzione documentaristica) ad una vicenda tanto complessa quanto disturbante nei suoi esiti effettivi. L’eroe, il protagonista per cui fare il tifo, è semplicemente un uomo la cui morale si sviluppa passo dopo passo e che sente di dover agire perché teme l’avvelenamento dei suoi figli, perché vede i terribili effetti a lungo termine dall’avvelenamento da Teflon eppure si ritrova sempre più solo nella sua battaglia. Dark waters va inoltre a toccare il nervo scoperto di un’America che ha tradito la fiducia nelle istituzioni, che si conferma un paese pieno di ipocrisie, i cui i ritardi burocratici non consentono di avere giustizia immediata, in cui la verità non è più sufficiente, ogni cavillo tecnico è pienamente sfruttato dal capitalismo (sempre più) fuori controllo e libero di agire al di sopra delle legge.

In una scena in particolare, quella in cui Bilott espone i punti della causa civile che ha deciso di intentare contro la DuPont sfidando lo scetticismo dei colleghi, per bocca di un personaggio (interpretato, non a caso, da un altro attore politicamente impegnato come Tim Robbins) viene riaffermata la necessità di far sentire alle persone che contano più dei profitti di un’azienda e di uno stipendio ben pagato, che è il momento di restituire fiducia a coloro che si sono sentiti traditi dal sistema e riequilibrare la bilancia sociale.

Per la volontà di non concedersi troppo ad una retorica ottimista e solitamente romantica, lasciando piuttosto spazio al disagio, ad un’opera in cui è definitivamente sancita qualsiasi mancanza di fiducia nelle istituzioni e nella certezza che la fatica, i sacrifici personali e le pressioni subite da Billot abbiano effettivamente portato ad un cambiamento, ad un miglioramento dello stato delle cose, il film di Haynes si pone come un dramma che riflette le criticità di un sistema oramai giunto al suo punto di non ritorno.

Eppure, all’interno di un discorso che pone una solidità discorsiva ed esplicativa tanto inattaccabile, lucida ed incisiva qualcosa sembra non tornare e tutto si palesa nel momento in cui ci si ritrova a riflettere sul ruolo di un regista come Todd Haynes all’interno di un progetto del genere.

Haynes è probabilmente uno degli autori più importanti della nuova avanguardia hollywoodiana, nonché uno dei massimi esponenti del New Queer Cinema. I personaggi che racconta nei suoi film sono veri e propri vettori discorsivi oltre che espressione di sentimenti, ossessioni, desiderio di libertà (artistica, individuale, passionale) contenuti dentro sistemi narrativi fissi, tradizionali e codificati con cui entrano in conflitto e che poi finiscono per cambiare, sovvertire dall’interno. Ogni sua opera è in fondo il tentativo di mettere in scena un genere e un microcosmo sociale in cui non ci si riconosce più e dove si è spesso costretti a dissimulare sé stessi, a fuggire o ad esprimersi attraverso la propria arte per sopravvivere al mondo esteriore spesso sdoppiandosi in altre personalità. Che sia l’America bigotta e perbenista degli anni ’50 (rievocata in titoli come Lontano dal paradiso e Carol), quella rievocata nelle differenti fasi artistiche e musicali nella carriera di un cantautore (pensiamo ai differenti volti di Bob Dylan nel biopic-mosaico di I’m not there) o quella vissuta in epoche diverse da due bambini sordomuti (l’adattamento letterario di Wonderstruck) poco importa. La possibilità di portare questa sua poetica all’interno del progetto avendo a che fare con una vicenda in cui il protagonista è (in fin dei conti) un uomo che agisce seguendo la propria morale, nonostante le pressioni, i tagli allo stipendio e le minacce, era quanto mai concreta.

Rispetto a quella spinta propositiva e consolatoria verso il cambiamento che, forse, la Hollywood di oggi sente di voler nuovamente incarnare, Haynes trasforma dall’interno la struttura del dramma e restituisce una storia in cui la “presa di coscienza” conduce inevitabilmente alla solitudine, alla sconfitta e alla disintegrazione del sistema familiare: quella di un piccolo allevatore che vede morire attorno a sé tutto ciò che ha costruito con le sue mani; quella di un avvocato che si rende conto di far parte di un sistema malato e corrotto e che sente la responsabilità di agire pur sapendo che forse è troppo tardi; quella di un mondo dove il marcio, il veleno, la morte ha davvero trionfato e ha oramai invaso ogni aspetto del sogno americano e che nonostante la testardaggine, la ricerca faticosa dietro scartoffie infinite, la solidarietà nulla è stato risolto perché oggi è stato reciso un ramo, ma la radice domani sarà ancora intatta.

In questo senso la regia filtra costantemente l’immagine con prospettive e lenti sfuocate e distorte, colori saturi cupi e opprimenti per dare la sensazione di toccare con mano un mondo che è già malato, in cui il veleno (chimico) lentamente si è talemnte insediato nell’intimità delle persone, inconsapevoli e fiduciosi in quella corporation che gli ha garantito il lavoro e la stabilità economico al prezzo della salute, che solo in pochi possono ancora rendersi conto del problema.

Elementi che permettono a Dark waters, come detto, di porsi come una felice anomalia produttiva, oltre che un lavoro ben inserito nelle logiche hollywoodiane attuali; scritto e interpretato con la solidità e l’impegno che ci si attende da simili operazioni e che è propria dei migliori risultati a cui si aggiunge un atteggiamento coraggioso e che si manifesta proprio nelle modalità in cui l’immagine dialoga con lo spettatore senza facili consolazioni, senza timore di fargli toccare con mano i gravi risvolti della vicenda.

Però quello che vorrebbe essere il centro del film, ovvero il dramma dei personaggi, non trova sufficiente spazio per tutte le figure coinvolte. A discapito di uno stile che vorrebbe muoversi sui ritmi più lenti e dilatati per riflettere lo stato di impotenza dei personaggi di fronte ai tempi della giustizia e di una messa in scena che privilegia l’attenzione alla fredda cronaca dei fatti, Dark waters non riesce sempre a dare il giusto spazio alle vicende umane che sta raccontando e le stesse figure secondarie (in particolare la moglie di Bilott) che dovrebbero farsi vettori del discorso si rivelano spesso essere meri elementi accessori, funzionali alla vicenda del protagonista ma poco sviluppati nella caratterizzazione.

Può bastare questo a giudicare il film di Todd Haynes un’occasione sprecata? Sicuramente no se consideriamo la nobiltà d’intenti e le modalità poco convenzionali con cui ha deciso di dialogare con il cinema civile hollywoodiano, peccato solo che abbia deciso di porsi mettendosi di lato, senza entrare completamente nel progetto lasciando piuttosto decidere agli altri e limitandosi a realizzare un’opera su commissione. Pur ammettendo un’insita irresolutezza all’interno di Dark Waters e una narrazione che avrebbe meritato un diverso spazio però è ancora possibile rintracciare i segni di un regista alla ricerca della dimensione migliore per poter sperimentare con l’arte e il linguaggio che gli appartengono, sovvertire le regole del cinema più tradizionalista e rassicurante e interrogarsi sui lati più cupi della contemporaneità.

Peccato che in questo caso non lo abbia fatto del tutto, ma, in fondo, anche questa è politica.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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