Tool – Fear Inoculum – Vivere E Morire Di Hype

Tool – Fear Inoculum – Vivere E Morire Di Hype

Avete aspettato tredici anni per quest’album, potete aspettare ancora qualche minuto per leggere quanto segue prima di acquistarlo, ascoltarlo o riascoltarlo.

Perché quella che state leggendo avrebbe voluto essere l’analisi dura e pura di Fear Inoculum, l’ultimo, attesissimo disco dei Tool, ma poi, in sede di progettazione, è finita per diventare qualcos’altro.

Tutto, per certi versi, è cambiato dopo il secondo ascolto integrale. Riflettere su un album del genere, meglio, farlo in maniera tradizionale, diventa, in effetti, praticamente impossibile. Perché lo hanno già fatto in molti, in troppi forse, ma, soprattutto, perché Fear Inoculum è, probabilmente il punto più alto raggiunto dai Tool all’interno del loro contesto musicale. Il disco è, ad oggi, un esempio di vera e propria architettura sonora a firma di Maynard James Keenan e soci, un’opera in cui le fondamenta, organizzate attorno agli elementi stilistici ricorrenti del loro suono, sostengono quella che è a tutti gli effetti un’esplorazione della band in territori sonori per lei fino ad ora sconosciuti, allegre avventure nelle zone della musica elettronica e della World Music, il tutto senza mai allontanarsi dalla tradizionale precisione e complessità nell’organizzazione degli arrangiamenti.

Quanto segue non può e non vuole essere una recensione tradizionale. Lo richiede il progetto artistico con cui ci stiamo confrontando, ma lo richiedono, soprattutto, le circostanze in cui tale prodotto è venuto ad inserirsi: il contesto culturale contemporaneo con cui ha finito per interagire ma, forse soprattutto, l’orizzonte d’attesa che ha caratterizzato i fan/ascoltatori del gruppo dal momento in cui quello che sarebbe diventato Fear Inoculum è stato annunciato, ormai tredici anni fa.

La sensazione in effetti è che solo osservando l’ultimo disco dei Tool in una prospettiva sincronica, partendo dal suono ma mettendo in comunicazione tale elemento con tutto ciò che è all’esterno di esso ma che ad esso inerisce comunque, si possa riuscire a capire non solo il significato profondo di Fear Inoculum ma si possano portare alla luce i veri pregi e (perché no?) i difetti dell’opera.

Forse, dunque, è ben più interessante osservare prima di qualsiasi altra cosa il sistema di riferimento che di fatto ha accolto l’ultimo lavoro dei Tool, e, soprattutto, le strategie messe in campo dalla band per portare l’impatto che il loro progetto avrebbe avuto su di esso ai massimi livelli.

In gergo si chiama Hype, ma può essere riassumibile come l’attesa che il pubblico ripone nei confronti di un determinato prodotto artistico e culturale.

L’Hype è una grandezza variabile, che può aumentare e diminuire ma su cui, soprattutto, l’artista può agire a proprio piacimento per preparare nel giusto modo il suo seguito ad entrare in contatto con il suo prossimo lavoro.

Basta, in fondo, poco per lavorare sull’Hype: una locandina, un breve estratto video, un’imprevista dichiarazione rilasciata da un attore in conferenza stampa (applicando l’Hype al prodotto cinematografico), ma anche il rilascio a sorpresa di un video di gameplay (applicando il fenomeno al videogame), sono sufficienti ad aumentare l’Hype, il cosiddetto “buzzin’”, la chiacchiera, l’attesa del pubblico di appassionati.

I Tool, negli anni, hanno preferito procedere per sottrazione. Forse in ossequio alla complessità e all’ermetismo della loro musica, hanno lasciato che a far montare l’Hype attorno ai loro lavori fossero materiali come immagini in JPEG rilasciate su oscuri siti internet o sugli account social della band, numeri, codici, coordinate che conducevano a siti con contenuti in anteprima, brevi sequenze di brani inediti suonati a sorpresa durante i concerti e subito catturati dall’occhio elettronico dei fan. Strategie fatte di piccole ma significative mosse che sembrano essere, in rapporto al loro target, essenziali per far crescere l’attesa attorno al nuovo progetto artistico della band di Maynard James Keenan.

Poi, però, qualcosa è cambiato. I Tool annunciano il nuovo disco tra il 2006 ed il 2008 ma, apparentemente, non sembrano voler preparare il terreno per il loro prodotto con sufficiente cura.

Nelle interviste che nel tempo i membri della band rilasceranno si rincorrono dichiarazioni contraddittorie. A volte i lavori sull’album sono a buon punto, in altri casi la pre-produzione deve ancora iniziare, alcune volte si annunciano gli ultimi ritocchi a quello che sarà il primo singolo dell’album, altre volte la produzione è in pausa per dare il tempo a Maynard James Keenan di lavorare ai suoi numerosi side projects.

La verità, come al solito, è nel mezzo: la lavorazione di Fear Inoculum è stata, forse, una delle più complesse e laboriose della musica degli anni ‘10, per via dei numerosi progetti satellite che coinvolgono Keenan e gli altri membri della band ma anche a causa di imprevisti più o meno importanti che hanno rallentato la lavorazione, tra di essi, il grave incidente motociclistico che coinvolse un membro della band mai effettivamente identificato a Gennaio 2013 ed il processo giudiziario in cui il gruppo è coinvolto dal 2007, il punto, tuttavia, è che proprio l’imprevisto e la lentezza nella lavorazione del disco, sembrano essere stati strumentalizzati, nel tempo, dalla band, fino a diventare  gli elementi chiave attorno a cui verrà organizzata la promozione.

Quello che diventerà Fear Inoculum, prima di essere un disco è nato come un meme volto a sottolineare la lentezza dei lavori della band, finendo poi per diventare addirittura una vera e propria espressione idiomatica volta a definire la lunga attesa legata ad un evento che ancora non si sa se avverrà o meno.

Negli ultimi tredici anni i Tool hanno vissuto di questo e, paradossalmente, sono bastate delle interviste per promuovere a dovere il nuovo disco. A freddo, è chiaro che tutto il lavoro l’ha fatto internet e la community di appassionati (e detrattori) della band che a suon di dibattiti, ironia virale, addirittura vere e proprie teorie sul disco che sarà, hanno tenuto vivo il fuoco di Fear Inoculum, che la band si è limitata a nutrire presentando tre singoli in alcuni concerti tra la primavera e l’estate di quest’anno.

Il punto, tuttavia, è un altro. Una promozione del genere, il tentativo di lavorare su un Hype praticamente generato in maniera automatica e continua dal proprio pubblico è assolutamente lecita e, anzi, denota una straordinaria conoscenza di quella digital culture che è al centro della nostra contemporaneità. Il problema, semmai, è che bisogna possedere un’abilità fuori scala per poter maneggiare un orizzonte d’attesa del genere.

Lo abbiamo detto, l’Hype è entità viva e pulsante, che l’artista nutre, che cresce, ma che, per certi versi, ha bisogno di essere assecondata. In buona sostanza il gioco deve valere la candela ed una lunga attesa, che genera un Hype così forte, è accettabile solo se ripagata da un’opera di altissimo valore artistico.

In rapporto a Fear Inoculum il pubblico ha bisogno di trovare i Tool che ha lasciato nel 2006 evoluti attraverso il confronto consapevole e proficuo con l’oggi. L’attesa è stata ripagata in rapporto alla dimensione musicale, lo abbiamo già detto, ma nel momento in cui si analizza il ruolo di Maynard James Keenan all’interno del sistema Tool, soprattutto nel momento in cui tale sistema si riattiva dopo un periodo di pausa così ampio ed entra in contatto con un contesto di ricezione e socioculturale inedito, il discorso finisce per complicarsi.

Maynard James Keenan e i Tool sono i due elementi inseparabili della stessa struttura di significato, ciò è ovvio, ma è interessante notare quanto la vera e propria identità performativa di Keenan, il suo ruolo all’interno della band ma, anche e soprattutto, la percezione che di sé ha dato al suo pubblico si è evoluta nel tempo tanto quanto il suono dei Tool stessi.

La scrittura di Keenan si staglia nel panorama musicale contemporaneo per due elementi essenziali: l’essere, sempre, profondamente inserita (e riferita) al momento socioculturale in cui quel determinato pezzo è scritto e il porsi come vera e propria spia di un’identità, in continuo mutamento, di Keenan.

Partendo in effetti da Undertow, dal primo album della band, possiamo tracciare facilmente non solo la mappa tematica della band ma anche la sua evoluzione.

Undertow (siamo nel 1993) può essere tranquillamente considerato come il manifesto della Generazione X che raccoglie i cocci di quel grunge che sembra percepire la sua stessa crisi. Keenan si fa portatore di questo disagio, è protagonista in prima persona di gran parte dei testi e non ha paura di mostrarsi a chi ascolta come un asociale che non sa stare al mondo (pensiamo a Intolerance), ad accennare a quegli abusi di cui è stato vittima da bambino e a utilizzarle come vettore simbolizzante il nichilismo di quegli anni (Prison Sex), a parlare apertamente di sé stesso come di un drogato, un’artista che abusa per creare ma, anche, per sopravvivere al suo tempo (Undertow).

Con l’album successivo, Aenima (1996), il viaggio introspettivo di Maynard James Keenan nelle rovine dell’America pre Millennio si fa ancora più profondo. I riferimenti autobiografici si fanno più marcati, il nichilismo più pressante ma, soprattutto, come a voler indicare un orizzonte socioculturale in disfacimento, l’estetica del disco accoglie gli stimoli più svariati: si parte dal sesso estremo (Stinkfist), si passa per il vaudeville e i monologhi da stand-up (i monologhi di Bill Hicks sono citati in alcuni pezzi e il comico è una delle ispirazioni dichiarate del disco) e si arriva fino all’emersione di schegge quasi dal sapore sperimentale come l’utilizzo di veri messaggi in segreteria o gli spunti grotteschi dati dalla lettura di una ricetta culinaria in tedesco. Particolarmente interessante è notare, tuttavia, quanto Maynard James Keenan tenti, più o meno convintamente, di organizzare una vera e propria reazione alla mancanza di senso del suo presente. Third Eye ripropone un monologo di Hicks sul consumo di droga e sui suoi apparenti vantaggi ma il suono, distorto, dissonante, sembra voler puntare a far crollare l’ambiente apparentemente rassicurante descritto dalle parole di Hicks; ancora, tutto il disco sembra essere innervato dalla volontà di trovare una via di resistenza all’apocalisse culturale di cui Keenan è testimone nella musica e, soprattutto, nel puro attaccamento della sua band ai fan e all’arte fine a sé stessa.

In Lateralus (2001), il terzo album, l’orizzonte tematico si fa più profondo. La crisi (stavolta politica, sociale, prima che culturale), diventa apertamente il tema portante del disco. Al centro dell’album la critica legge il racconto di una separazione tra amanti ma è più probabile che Keenan stia mettendo in musica un suo momento di crisi del tutto personale attraverso cui, questo si, sta provando a tematizzare una parentesi critica per il contesto in cui opera. Keenan vuole trovare un nuovo equilibrio personale e, nel corso del disco, ogni brano sembra essere un tentativo di uscire al di fuori di sé, di travalicare la stessa essenza, quasi che solo trascendendo sé stesso possa raggiungere la pace interiore. Sono, in effetti, gli anni della postumanità, dei rigurgiti cyberpunk, del transumanesimo, Keenan non fa altro che mettere in musica, nuovamente, il contesto socioculturale in cui si inserisce il disco.

Il percorso (almeno fino al 30 Agosto), si è concluso con 10.000 Days, in cui, paradossalmente, il caso, il destino, danno ragione a Keenan. L’11 Settembre ha lasciato una società in cenere, dominata dalla paura di ciò che non si conosce, dalla psicosi, dall’autoritarismo simboleggiato dal Grande Altro Lacaniano. 10.000 Days è il luogo musicale in cui, tra interventi radiofonici di mitomani che si identificano come ex impiegati dell’Area 51 pronti a rivelare i peggiori segreti degli U.S.A., almeno fino a quando la sua telefonata non verrà rintracciata dalla sicurezza, invettive contro l’assuefazione alla violenza dell’umanità, attacchi all’ipocrisia della chiesa e necessità di rifondare da zero una nuova umanità prima che sia troppo tardi si incontrano queste spinte tematica.

Il cammino del Maynard James Keenan autore è facilmente tracciato. Da agnello sacrificale pronto a inglobare il nichilismo anni ’90 perché non possa nuocere ad altri, egli è diventato una sorta di profeta dell’avvenire, si è aperto al mondo e agli altri dopo gli inizi intimisti e conchiusi in sé promuovendo un’ideologia quasi filosofica che ai suoi inizi puntava a creare il vero e proprio Uomo Del 2000, un uomo costantemente al di là del suo essere, duttile, in continua metamorfosi e per questo dotato della forma ideale per confrontarsi con una società così cangiante come quella contemporanea.

Maynard James Keenan ha potuto contare, da sempre, su un’architettura ideologica forte, che l’ha fatto diventare, negli anni, il vero e proprio portavoce di una generazione, capace, attraverso i suoi testi, non solo di decifrare la realtà contemporanea ma anche di offrire a chi l’ascolta gli strumenti più adatti a comprenderla.

E allora cos’è successo con Fear Inoculum?

L’ultimo disco dei Tool è, fin dal titolo, un disco sulle paure del presente, a partire dall’estremismo politico e religioso, passando per la crisi climatica, il problema, tuttavia, emerge nel momento in cui si riflette sui modi in cui la band tematizza in musica questi spunti.

Perché qualcosa sembra non tornare.

Non è tanto una questione di immaginario, sempre presente, sempre ben saldo nei testi di Keenan, tutto giocato sul basso corporale, sull’horror (la title-track), sulla fantascienza, sulla filosofia, sulla religione, quanto del modo in cui l’autore interagisce con esso.

Le parole di Keenan non sembrano possedere la forza del passato. Le immagini evocate sono deboli, tutto sembra puntare ad una stanca riproposizione di spunti precedenti (la band che si pone contro tutto e tutti che da Aenima arriva fino a Invincible, i riferimenti al trascendere sé stessi che tornano in Pneuma), quando non ad un fiacco re-enacting di ciò che di interessante c’è stato negli album precedenti (tornano, anche qui, gli inserti registrati, in Chocolate Chip Trip).

Maynard vuole continuare ad essere colui che salverà la sua generazione, che pone in guardia chi ascolta dai pericoli del presente ma qualcosa si è rotto.

Le sue argomentazioni sono deboli tanto quanto le immagini che utilizza. Keenan pare aver perso capacità argomentativa e pare basare la sua scrittura sul pleonasmo, quasi abbia perso qualsiasi appoggio figurale che possa dare forza alle sue parole e si riduca a dipingere un mondo che è tutto il contrario di quello in cui vive e che sembrava aver capito così bene fino a qualche anno fa: una società manichea dove le sfumature non esistono e dove tutto è bianco o nero. Non bisogna cedere a chi utilizza l’informazione per manipolarci (Culling Voices) perché è una cosa brutta e cattiva, dobbiamo rispettare l’ambiente perché è in pericolo e non bisogna distruggere la nostra casa (Descending), dobbiamo andare oltre noi stessi e riconnetterci col nostro bambino interiore perché è una cosa bella (Pneuma). Argomentazioni ovvie, banali, a cui è difficile dare troppo credito perché è chiaro che Keenan crede ben poco a ciò che sta dicendo, parole che non fanno altro che far richiudere Fear Inoculum su sé stesso.

Il punto, allora, con buona probabilità è un altro. La vera questione è che prima Maynard James Keenan aveva una credibilità perché i suoi pezzi portavano in loro un disagio vero, una concretezza reale, sentimenti che provava lui per primo, che venivano messi su carta e in musica anche con uno spirito liberatorio e che finivano per entrare in contatto con noi in maniera assolutamente proficua. Ora, quello stesso disagio, quegli stessi spunti, probabilmente si sono diluiti in Keenan, che forse ha superato quella fase.

Nel momento in cui la produzione è iniziata lui per primo ha percepito che c’era bisogno di tornare a quelle sensazioni che però, ora, rievocate, hanno perso praticamente tutta la potenza iniziale. Si sono trasformate in puri materiali inerti, utili per scrivere magari un pezzo musicalmente interessante ma privo di una vera e propria profondità argomentativa. Dopotutto non puoi essere un profeta se tu per primo non credi in ciò che predichi.

La storia di Fear Inoculum è insomma la storia di una tragedia legata all’hype. I Tool hanno, di fatto, contribuito a creare un orizzonte d’attesa altissimo per il loro nuovo progetto, salvo poi rendersi conto che la situazione stava sfuggendo loro di mano, che forse la gente stava aspettando qualcosa di un livello troppo alto per i loro piano.

Hanno, di fatto, ceduto e si sono accontentati di offrire a chi ascolta una versione per certi versi facile, alleggerita di sé stessi, non rendendosi forse conto dei danni che hanno fatto alla loro opera in termini di rapporto di ricezione con il pubblico.

Alessio Baronci

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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