Strange Days: la luce del palco in fondo al tunnel

Strange Days: la luce del palco in fondo al tunnel

Dopo aver debuttato con Everybody Wants nel 2014, aver proseguito la loro ascesa nel panorama rock con Young and Dangerous nel 2018 e aver aperto numerose date live per alcuni signori come Rolling Stones, Guns N’ Roses, Motley Crüe e Foo Fighters, gli Struts, in questo bizzarro 2020 hanno registrato e lanciato il 16 ottobre Strange Days, terzo album in studio e manifesto rock di questi strani giorni.

La copertina del disco è un collage di momenti del passato recente. Istantanee dei tour recenti della band che fino alla chiusura forzata degli ultimi mesi della musica dal vivo ha macinato centinaia di date in tutto il globo, passando anche per Roma lo scorso anno, e raccogliendo il sostegno unanime di numerosi pezzi da novanta del panorama pop e rock, come Dave Grohl che parlando del cantante della band ha detto “Luke, il cantante, è incredibile. Potrebbe camminare davanti a un pubblico a Tulsa, in Oklahoma, dove nessuno ne ha mai sentito parlare e alla fine dello spettacolo avrebbe tutti nel palmo della sua mano”.

Amanti delle contaminazioni, delle incursioni nel pop con duetti come quello di Your Body Talks con Kesha, fino alla più recente title track dell’abum con Robbie Williams, quello che possiamo dire degli Struts è che non hanno paura di far diventare pop il rock, di renderlo divertente e easy-listening, senza scadere nel banale e mantenendo un’attitudine rock che emerge potente dal vivo e che mantiene alta la qualità della loro produzione musicale.

Lo stile della band è rimasto finora coerente sin dall’album di esordio, senza troppi stravolgimenti, ma evidenziando pur sempre una crescita di consapevolezza circa la propria identità artistica. La voce di Luke Spiller colpisce per le sfumature che la rendono facilmente riconoscibile che a volte riporta alla mente quella di mostri sacri come Freddie Mercury e Joe Elliott. La band suona compatta e coesa e mantiene solido il mix delle sue numerose sfaccettature che rintracciano la loro origine in una insolita commistione di Queen, Rolling Stones, My Chemical Romance, The Darkness, Def Leppard, The Killers e molti altri, costruendo un poliedrico crogiolo di influenze musicali che rende la loro musica potente e viva.

L’album si compone di 10 brani per un totale di 43 minuti di ascolto e rappresenta una sicura conferma di un’identità musicale ormai definita.

La title track Strange Days ci introduce all’ultima fatica degli Struts con una sequenza di accordi che accompagna il duetto del cantante Luke Spiller con Robbie Williams, un connubio che si rivela vincente in un pop-rock agrodolce che potrebbe facilmente fare da colonna sonora a questi strani giorni e che lega indissolubilmente questa produzione musicale al momento storico in cui è stato pensato e creato. Le voci di Spiller e di Robbie Williams sembrano trasmettere contemporaneamente un senso di drammaticità, di stanchezza ma anche di rassicurante relativismo, come se potessimo intravedere con ironia che il periodo storico che stiamo vivendo un giorno possa essere solo un ricordo, pur dovendone affrontare attualmente le incertezze e i picchi di sopraffazione che possono giungere.

Si cambia decisamente registro con il glam rock di All Dressed Up (With Nowhere To Go), che con un potente riff di chitarra ci trasporta in un vortice glitterato di voglia di uscire, di essere pronti e vestiti a festa ma senza alcun luogo dove andare. È in brani come questi che gli Struts brillano per la capacità di intrattenere, di intrecciare melodie divertenti, sax e sezioni ritmiche che macinano beat e che scatenano la voglia di cantare e ballare e ci dicono che il glam rock ha ancora parecchio da raccontare.

Si passa a Do You Love Me, cover di un brano dei Kiss, in cui nuovamente esplode potente l’anima glam della band inglese e che sembra fare da eco al brano precedente. Con pezzi come questo, in cui l’istrionico Spiller ci chiede “Do you love me?”, non è difficile immaginarlo fare la stessa domanda al pubblico mentre indossa una giacca di piume, glitter e pantaloni di pelle, specialmente dopo aver visto dal vivo la band l’anno scorso a Roma, dove per l’occasione ha anche duettato con i nostrani Måneskin in una cover di Jumpin Jack Flash degli Stones decisamente convincente, e in cui i quattro musicisti di Derby hanno mostrato di essere degli autentici animali da palcoscenico con una performance esplosiva.

I Hate How Much I Want You vede la partecipazione di Phill Collen e Joe Elliott, rispettivamente chitarrista e cantante dei Def Leppard, icone dell’hard rock-glam rock degli 80s. All’inizio del brano, una telefonata ci introduce la richiesta di Luke Spiller a Joe di partecipare a questo disco, che stanno registrando in dieci giorni durante il lockdown inglese, e la voce di Joe getta l’ascoltatore nella mischia con un “I’m in, sunshine, I’m in”.

Con Wild Child si approda invece nella zona più hard dell’album, un pezzo grezzo e potente in cui suona Tom Morello (chitarra Rage Against The Machine) e riecheggia l’eco dell’anima sporca e selvaggia del rock che non accenna a tramontare. Notevole anche il bass playing potente di Jed Elliott che si conferma una macchina da guerra capace di dare un tiro sismico ai pezzi della band inglese.

Cool ci accompagna in un turbinio di sensazioni che fanno eco alla discografia degli Stones, con un lavoro di chitarre intrecciate alla Richards-Woods. In questo pezzo possiamo apprezzare un’ennesima sfaccettatura della poliedrica voce di Spiller. La traccia ci lascia a metà in un break in cui la musica rallenta, si fa più intima e viene fuori il Jagger che abita dentro il giovane cantante. La linea di basso ci riporta anch’essa ad un ritmo da festa che vuole farci rimbalzare verso la pista da ballo mentre la chitarra minimalista di Adam Slack sembra dialogare con la voce in questo clima da affollato party casalingo.

Anche su Burn It Down siamo in territori che ci riportano ai tempi di Beggars Banquet ed Exile On Main Street degli Stones. Un piano suona su un beat trascinato e ampio, aprendo ad una love ballad ben costruita e con tutti i pezzi al posto giusto.

Con Another Hit Of Showmanship saltiamo di nuovo a bordo di quel mix variegato che i ragazzi di Derby riescono a creare unendo Smiths, Cure e My Chemical Romance in un pezzo martellante che esplode nel desiderio di uno showman che ha bisogno di calcare i palchi per poter stare bene, che si sente a disagio nel dover essere fermo ad aspettare, e che avrebbe solo bisogno di un altro colpo da animale da palcoscenico e di istrionica spettacolarità.

Can’t Sleep ci porta sullo swing e su un solido rock and roll da ballare. Il riff di basso è una chiara dichiarazione di intenti che c’è da sudare, mentre la chitarra di Adam Slack sorvola il beat con raffiche di chorus che allargano il respiro del pezzo.

Siamo infine ad Am I Talking To The Champagne (Or Talking to You), è notte tardi, siamo alla fine della festa, e dopo qualche bicchiere di troppo ci ritroviamo a barcollare nella parte più buia della nostra mente, mentre cerchiamo di rimettere insieme qualcosa che prima aveva senso e ora sembra non averne più, ma siamo troppo stanchi e basso, batteria e sax ci indicano l’uscita del club, tra luci al neon traballanti e ancora qualche parola da dire, lasciata ad un solo di sax.

Strange Days è l’album di una band che fa dell’immobilità e delle difficoltà di questi tempi il terreno dove coltivare e affinare una visione personale e originale della musica che è in grado di unire in modo efficace diverse anime del rock e del pop, con un sound riconoscibile e personale, capace di fare qualcosa che la musica difficilmente riesce a fare, purtroppo, di questi tempi: unire qualità e facilità di ascolto.

È un glam rock raffinato quello degli Struts, c’è una visione del proprio ruolo come artisti nella loro musica, una consapevolezza delle loro radici e un preciso intento di liberare e lasciar emergere l’anima più oltraggiosamente istrionica del rock e del pop.

In questo 2020 che sembra uscito da un brutto romanzo di science fiction, gli Struts gettano in pasto ai loro ascoltatori un album che unisce desiderio di evasione e consapevolezza del contesto storico in cui si pone, raggiungendo questo connubio con la leggerezza che li contraddistingue, gettando la magica polvere dell’ironia che rende meno bui anche i momenti peggiori e che ci fa intravedere in fondo al tunnel, la luce di un palco che non è più vuoto.

Federico Diano

Nato a Roma, classe ’92. Psicologo. Chitarrista. Gamer. Sincero esploratore di qualsiasi cosa trasmetta delle emozioni e sappia raccontare una storia. Convinto sostenitore che il rock and roll sia in grado di morire e risorgere. Divide la sua vita in prima e dopo aver inserito a 15 anni, per sbaglio, un best-off dei Led Zeppelin nello stereo. Entusiasta collaboratore per gli amici di “Liberando Prospero” dal 2018, in particolare per ciò che è legato alla musica e al videogioco, del quale sostiene e difende la piena maturità e dignità artistica

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