Westworld 3: i dilemmi della distopia, nel «nuovo mondo» che già crolla

Westworld 3: i dilemmi della distopia, nel «nuovo mondo» che già crolla

Da qualche anno le distopie vanno di moda, nella serialità televisiva contemporanea. Westworld (la cui terza stagione è stata trasmessa dal 16 marzo al 4 maggio, e dal 16 maggio va di nuovo in onda, doppiata in italiano, su Sky Atlantic) in questo senso non è certo un caso isolato: The Handmaid’s Tale, Altered Carbon, le cupe ucronie tratte da Dick (The Man in the High Castle), da Roth (The Plot Against America) o dalle tavole di Moore e Gibbons (la miniserie-sequel di Watchmen), e naturalmente Black Mirror, ci parlano (anche) di un immaginario collettivo dove gli incubi sulle derive del nostro futuro (e presente) sono ben accolte e addirittura richieste.

Ciò non stupisce neanche tanto, considerati gli orizzonti non proprio rosei verso cui si muove la società a capitalismo avanzato e globalizzato (da ben prima del Covid-19): posto che verso qualcosa (di nuovo) ci si muova ancora, e non ci si limiti ormai (o già) a girare eternamente in circolo come sul treno post-apocalittico e classista di Snowpiercer (anch’esso presto in tv, da noi su Netflix). A ben vedere, perciò, la distopia non è solo una visione negativa in cui ci tuffiamo nella speranza di esorcizzare qualche (legittima) paura sull’avvenire, ma anche (paradossalmente) una delle maggiori forme di realismo contemporaneo. Perché laddove il (nostro) mondo appare non solo poco rassicurante ma anche sempre meno leggibile (e dove l’unica certezza è che no, non sta andando tutto bene), un’allegoria pessimistica ha maggiori possibilità (rispetto a forme tradizionali di mimesi realistica) di intercettare, penetrare e interpretare umori, contraddizioni e storture in cui ci dibattiamo.

Inevitabile, allora, che l’industria culturale punti su questo genere di prodotti, e tra i risultati ci sono state alcune delle migliori serie tv recenti. Ma l’altra faccia della medaglia (e delle multinazionali dell’intrattenimento), più che essere dietro l’angolo, si è già manifestata: così, dopo il declino di Black Mirror (con le ultime, stanche, ripetitive annate), anche Westworld, con questa stagione, è diventata parzialmente vittima di se stessa. La serie sci-fi tratta dal film di Crichton era (tanto più) attesa al varco dopo la discussa chiusura di Game of Thrones: sono molti infatti a ritenere che la HBO abbia scelto proprio la creatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy come erede, almeno in termini di impatto spettacolare e relativo investimento, del fantasy adattato da George R.R. Martin.

Ma, ammesso che sia così (la citazione nell’episodio 3×02 di Westworld pare confermarlo ironicamente), non sembra a conti fatti un bene. La prosecuzione dell’«oscura odissea sull’alba della coscienza artificiale» ha offerto infatti molti spunti validi, ma la sensazione d’insieme è che non tutto sia stato approfondito adeguatamente. E soprattutto, per la prima volta in Westworld, lo spettacolo fine a se stesso tende a sopravanzare la riflessione critica sui codici di quello stesso spettacolo, che era invece un punto di forza delle precedenti stagioni: (anche) questa distopia, insomma, rischia di essere fagocitata dallo stesso sistema mediatico che (pur dall’interno) va (o andava?) decostruendo.

Il nodo centrale è l’uscita dai futuribili parchi a tema della Delos, qui mostrataci in appena un paio di episodi, e anche meno, se consideriamo che “Warworld”, il parco che riproduce (si fa per dire) l’Italia occupata dai nazisti, si rivela essere una simulazione (o simulazione di simulazione). La vera posta in gioco di Westworld 3, come ampiamente preannunciato, è l’esplorazione del «nuovo mondo» che dà il (sotto)titolo alle otto puntate della stagione. Uno scarto senza dubbio coraggioso che preserva (almeno teoricamente) la storia dalla tentazione di riciclare se stessa. E però il pericolo (e la conseguenza) è di perdere uno specifico fondamentale che caratterizza(va) la serie: già, perché finché si era all’interno del parco ogni concessione all’intrattenimento mainstream, dall’azione violenta ai luoghi comuni del cinema di genere, si giustificava come parte integrante della satira sulla decadenza della società occidentale. Satira condotta (anche e soprattutto) attraverso l’esplorazione di quella mostruosa impresa dell’intrattenimento futuribile, fatta di rappresentazioni stereotipate e schiavizzanti, che è la Delos.

Fuori dal mondo (di mondi) della Delos, però, il gioco non regge più, e la componente da action cyberpunk si ritrova in gran parte sprovvista di potenziale auto-riflessivo. In più, paradossalmente, nel nuovo scenario la spettacolarità slegata da esigenze narrative pare ancora maggiore che in passato: tra inseguimenti reiterati su autoveicoli senza ruote, scontri corpo a corpo (che ormai, come in certi cartoon, sappiamo non avere conseguenze permanenti su molti dei contendenti), gangster-ninja giapponesi (ancora più ridotti a caricature che nella sottotrama dello “Shogun World” di Westworld 2) e figuranti robotici le cui incursioni risultano poco più che esercizi di computer grafica.

Si potrebbe (audacemente) ipotizzare che gli autori abbiano voluto alzare il tiro e insinuare una sottile (auto)parodia della stessa HBO, nelle sue derive spettacolarizzanti che la renderebbero simile a una piccola (e per fortuna innocua) Delos del nostro presente. Ma, comunque la si interpreti, il dato che più emerge da questa terza stagione è quello di un potenziale non sempre sviluppato come si potrebbe (e dovrebbe): anche, e soprattutto, per la necessità di realizzare al contempo uno show fin troppo mainstream.

Tra le molte idee interessanti che si sarebbero giovate di più spazio (e più tempo), c’è quella del mondo esterno alla Delos come ulteriore rappresentazione: il “Sistema” retto dall’intelligenza artificiale Rehoboam, dio-narratore del distopico mondo “reale” servito dal creatore-arconte Serac (Vincent Cassel), prosegue in modo non banale la dialettica (sempre al centro di Westworld e di quel pensiero occidentale che la serie va decostruendo) tra libero (?) arbitrio e predestinazione, quindi tra coscienza e prigionia postmoderna nelle rappresentazioni. E si rafforza la polemica sulla (non troppo) futuribile società del controllo che, in epoca di app traccia-contagi e poteri di cyber-spionaggio illimitato concessi ad agenzie governative statunitensi, risulta tanto più profetica. Sarebbe stato bello, allora, esplorare maggiormente le dinamiche interne a questo mondo-sistema (dove le storie-vite individuali sono pre-scritte e indirizzate), prima di sabotarne il funzionamento già a metà della stagione (nell’episodio 3×05).

Così come avrebbe meritato (e forse avrà?)  maggiore centralità la prosecuzione del discorso sulla crisi postmoderna della corporeità, riflessione tra le più significative delle precedenti stagioni. A incarnare (letteralmente) questo tema in Westworld 3 sono le “copie” di Dolores (Evan Rachel Wood), o per meglio dire gli androidi costruiti da Dolores (copie di Residenti della Delos o di umani del mondo esterno) in cui scopriamo essere codificata (e duplicata) la “mente” della stessa creatrice. È il personaggio della “falsa” Charlotte Hale (Tessa Thompson), allora, quello che meglio sviluppa il conflitto tra corpo e mente, entrambi copie-simulacri di due diversi (e respingenti) “originali”. Una duplice identità “derivata” che si scopre “nuova”, irriducibile tanto alla madre-sorella-amante Dolores quanto alla “vera” Charlotte. Peccato, però, che le altre copie “imperfette” di Dolores siano, all’opposto, pressoché prive di spessore, e a volte scarsamente credibili (come il boss della yakuza Musashi, copia del Sato di Westworld 2 interpretato da Hyroiuki Sanada).

Anche la caratterizzazione di alcuni protagonisti “storici” fa le spese delle contraddizioni nel gestire il passaggio al “nuovo mondo” (e alla “promozione” a serie di punta della HBO). Tanto Maeve (Thandie Newton) quanto Bernard (Jeffrey Wright) sono confinati perlopiù in dinamiche piatte e ridondanti (non più funzionali a rendere la ripetitività “infernale” del parco-rappresentazione): per la prima gli scontri fisici (con o senza katana), per il secondo l’inseguimento vano dell’amica-nemica Dolores. Solo l’episodio 3×08 dona ad entrambi nuovo spessore, calandoli in sequenze toccanti e intelligenti (l’ultimo confronto di Maeve con Dolores, l’incontro tra Bernard e l’anziana vedova di Arnold) e riposizionandone il ruolo in punti nevralgici degli scenari a venire.

Sarebbe stato il caso di spendere qualche ulteriore passaggio anche per William (Ed Harris), considerato che, pur confinato in poco più di due puntate e una manciata di scene, l’ex “Uomo in Nero” si conferma uno dei personaggi più significativi dell’intera serie: è (sempre) lui lo specchio tragico dell’homo occidentalis avvizzito, frantumato e intrappolato nel labirinto cui lo ha (ci ha?) condotto la sua stessa (presunta) libertà, come ribadiscono alcuni dei passaggi più incisivi della stagione (la visione di Dolores nella clinica alla fine dell’episodio 3×04, la psicoterapia “di gruppo” nell’episodio 3×06).

Un esperimento complessivamente fallito, dunque, questa terza stagione? Non proprio, piuttosto una delicata fase di passaggio con diversi limiti e tanto potenziale inespresso, ma comunque gravida di elementi che, oltre a risultare validi in sé, aprono a sviluppi promettenti le (auspicate) prossime tre stagioni. Il dialogo tra Caleb (Aaron Paul) e Dolores a cavallo nel deserto (3×07) sembra da questo punto di vista anticipare una possibile piega che prenderà l’(anti)epica della serie: con la riproposizione del Far West “simulato” dal parco della Delos nel “nuovo mondo” (come un tempo gli europei chiamavano l’America, guarda caso), ormai ridotto a caotica frontiera di guerra e (ri)conquista  per “nativi” (umani) e nuovi colonizzatori (androidi).

A proposito di elementi validi e prospettive future, va riconosciuto che il finale di Westworld 3 riesce, se non a emendare, a mitigare alcune delle pecche sopra dette: la conclusione (?) della parabola di Dolores, in particolare, chiude coerentemente il cerchio di un personaggio complesso e rischioso nei suoi passaggi da vittima a carnefice a controversa rivoluzionaria. E lo fa servendosi di un plot-twist tutt’altro che scontato, tale da illuminare diversamente anche il più debole tra i protagonisti della stagione, quel Caleb troppo spesso copia in minore del più celebre personaggio di Aaron Paul, il Jessie Pinkman di Breaking Bad (si pensi all’involontariamente comico “trip” dell’episodio 3×05). E le battute finali della puntata lasciano intendere, come si accennava, sentieri inediti anche per i personaggi qui più “sacrificati”, come Maeve e Bernard (quest’ultimo alla scoperta, finalmente, del precario Eden virtuale degli androidi).

Westworld, dunque, al netto dei problemi emersi, dimostra di avere sufficiente carburante per muoversi ancora in direzioni inesplorate che recuperino i fasti del passato. Ma questo renderà tanto più annosa la scelta su quale strada imboccare nelle stagioni che verranno: se farsi definitivamente schiacciare dalle derive dello spettacolo mainstream che in principio riusciva a decostruire, o confermarsi (e rilanciarsi) come opera postmoderna intelligente dai molteplici livelli di lettura, in grado di intrattenere mentre apre squarci di consapevolezza critica sullo stesso immaginario che la nutre. Più che un’autocitazione finale, il «Puoi essere chi cazzo vuoi» di Maeve, pronunciato di fronte al nuovo mondo che cade a pezzi, è un monito per Westworld stessa.

Emanuele Bucci

Emanuele Bucci

È nato e vive a Roma. La sua profonda quanto autolesionistica passione per le discipline umanistiche lo ha portato a laurearsi in Letteratura Musica e Spettacolo nel 2014 e in Editoria e Scrittura nel 2018 (con una tesi su "Petrolio" che ha suggellato la sua dipendenza dall'opera di Pasolini). Tra gli effetti collaterali della sua importuna attività di scribacchino ci sono la pubblicazione del romanzo giallo “I Peccatori” (Eclissi, 2015) e di vari racconti. Migrante irregolare nella galassia del libero approfondimento culturale, scrive attualmente per il quotidiano online "Bookciak Magazine" e per il periodico “Fermenti”. Poche cose lo entusiasmano come la partecipazione al progetto di “Liberando Prospero”, che dalla fine del 2015 gli ha donato un collettivo artistico in cui credere, un sito per cui scrivere e degli innovativi spettacoli da pianificare.

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