On The Rocks e le insicurezze di Sofia

On The Rocks e le insicurezze di Sofia

Sofia Coppola riparte da Apple Tv ma soprattutto riparte da A24, che distribuisce il suo On The Rocks prima in sala e subito dopo su Apple Tv. In questo senso, forse, proprio la rampante casa di distribuzione americana e il suo lavoro sull’immaginario cinematografico recente oltreché il suo approccio operativo a stretto contatto con i creativi può essere un ottimo punto d’ingresso per approcciarsi all’ultima fatica della regista americana.

Nel tessuto profondo di On The Rocks si verifica infatti una continua negoziazione tra lo stile, l’approccio, le tematiche peculiari del cinema della Coppola e una confezione, legata a doppio filo a questa distribuzione creativa, a suo modo riconoscibile, che punta ad essere nello stesso tempo cool ma soprattutto popolare.

Non è un caso che On The Rocks sia forse il film più contemporaneo di Sofia Coppola, oltreché il suo progetto più politico, in cui la lettura del femminile, centrale nella poetica della regista, va ad intercettare più profondamente le istanze neofemministe emerse negli ultimi anni.

Ecco dunque che uno dei motivi fondamentali del cinema di Sofia Coppola, il flaneur che si confronta con un sentimento di apatia e decadenza, torna a suo modo scisso ed attualizzato in On The Rocks nel momento in cui si incarna simbolicamente nei corpi e nelle parole di Rashida Jones e di Bill Murray, un padre ed una figlia della comunità intellettuale e borghese di New York impegnati in un viaggio tra la Grande Mela ed il Messico all’inseguimento del marito apparentemente fedrigrafo di lei.

Si viaggia dunque, si cammina, apparentemente senza meta soprattutto seguendo una pista della cui verdicità nessuna delle parti coinvolte è davvero certa in cuor suo e il motivo della decadenza si incarna in una donna che vede la sua unità famigliare andare in mille pezzi dall’oggi al domani e in un padre mai davvero diventato adulto che vede sé stesso come l’unica salvezza della figlia.

È proprio in lui, nel commerciante d’arte Felix, che finisce per precipitare quel panorama di rovine che torna costantemente nel cinema della Coppola. Il punto, sia chiaro, è che in questo caso la decadenza attorno a cui sta lavorando la regista è quella di un certo modello di uomo e di genere maschile, donnaiolo, a suo modo superficiale, portavoce di un punto di vista sulla donna antiquato come quel vintage a cui in effetti il personaggio di Felix è legatissimo, tra macchine d’epoca e dipinti kitsch.

Più che un film sul mascolonità tossica, On The Rocks è un film sulla pervasività della spinta alla dominazione quasi inconscia dell’uomo sulla donna, che coinvolge praticamente tutte le parti in gioco: quella di Felix è una dominazione intellettuale e sistemica, che si organizza attorno a dati, cifre e aneddoti che l’uomo sciorina davanti alla figlia per sostenere la tesi che vede nell’adulterio l’ovvio punto d’arrivo della mascolonità; al contempo quella delle figlie piccole di Laura è piuttosto una resa incondizionata all’invito di Felix a essere “come i maschi vorrebbero fossero”, malgrado gli avvertimenti della madre; in ultimo e al di là degli esiti meramente narrativi, è chiaro invece quanto quello di Dean, il marito di Laura, che per il compleanno della donna le regala, almeno apparentemente, un robot da cucina, sia il simbolo di un involontario rigurgito culturale legato ad un’immagine femminile stereotipata.

On The Rocks è dunque un film di gabbie e barriere, inizialmente (e sotterraneamente) culturali ma che con il procedere della narrazione diventano straordinariamente fisiche e tangibili e se è vero che Dean e Felix sono in fondo due uomini che stanno provando ad attirare a sé e ad inglobare Laura è proprio Felix a essere il protagonista dei momenti più inquietanti in questo senso: sua è la prima battuta del film, ancora a schermo nero, quando dice, probabilmente  a una Laura appena sposata che malgrado ella ora sia legata al marito tornerà comunque sempre da lui ma soprattutto riconducibile a lui è quell’inquietudine che lentamente si fa strada nello spettatore quando chi guarda inizia ad avere dubbi sulla buona fede dell’uomo: perché vuole aiutare la figlia a smascherare la presunta infedeltà del marito? Per stimolarla a voltare pagina o per reclamarne la proprietà?

On The Rocks gioca in sostanza con le ambiguità ideologiche della condizione umana, il punto, tuttavia, è che, forse anche a causa della sua confenzione pop non riesce forse mai a risultare incisivo nelle sue argomentazioni e, anzi, man mano che la narrazione si avvicina all’epilogo cade sempre più spesso preda di quelle stesse ambiguità con cui vorrebbe far confrontare lo spettatore.

Alla diegesi manca forse la grinta che Laura ritrova nel momento in cui risponde a tono a Felix durante la loro ultima discussione sull’adulterio e risolve in un epilogo tanto affascinante quanto incerto sulla strada da prendere tra la risoluzione positiva e assoluta dell’intreccio e le inquietudini che proprio tale risoluzione positiva si può portare dietro.

Laura comprende che, in fondo, la superficialità nei rapporti umani di Felix è legata alla sua paura del tempo che passa e della morte, che egli prova ad esorcizzare in questo modo e la donna nelle ultime sequenze si riconcilia con il padre, anche se questo, forse, per la donna voglia dire da un certo punto di vista riammettere quel maschilismo fuori tempo massimo nella propria vita, al contempo i dubbi tra Laura e Dean si sono completamente diradati e l’uomo può festeggiare con la moglie regalandole un orologio di pregio molto simile a quello che Felix le aveva donato qualche giorno prima.

 Quello che appare in effetti come il prodotto più fresco del periodo recente della Coppola affonda a causa dell’insicurezza sulla carica simbolica da dare a queste due sequenze, legate a doppio filo da quel modello aggiornato di orologio d’oro che, regalato da Dean, sembra essere il simbolo della maturazione della relazione tra lui e Laura ma si ammanta anche del pericolo di un nuovo meccanismo di controllo e dominazione.

Si opta dunque per un finale rassicurante, a cui in realtà narrativamente non si fa fatica a credere, il problema semmai è che la diegesi risolve con estrema facilità questioni non solo a loro modo inquietanti ma anche fondamentali della nostra contemporaneità peccando di una superficialità che semplicemente un prodotto di questo tipo, proprio perché pop, destinato al grande pubblico, non può permettersi.  

Alessio Baronci

Classe 1992. È laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza e ha continuato imperterrito ad indagare il mondo delle arti specializzando in Spettacolo, Moda ed Arti Digitali. Folgorato sulla via della celluloide a nove anni, dopo aver visto "Il Gladiatore" di Ridley Scott, da quel momento fagocita film di ogni tipo mosso da due convinzioni: la prima è che tutte le arti sono in comunicazione tra loro e sono influenzate dal contesto culturale in cui nascono; la seconda è che poche forme d’arte hanno un solo significato, la maggior parte nasconde qualcosa di più profondo all'occhio di chi guarda. Scoprire "quel qualcosa", sempre, è uno degli obiettivi della sua vita. Quando sul finire del 2015 fonda “Liberando Prospero”, insieme agli altri membri del primo nucleo, lo fa con l’obiettivo di distruggere e ricostruire da zero il rapporto tra arte e pubblico, utilizzando ogni mezzo necessario allo scopo. Fa parte del team di autori del blog ed è "dramaturg" e performer del collettivo per quanto riguarda il versante delle esibizioni live.

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