Raya e l’ultimo drago – La fiaba che riflette il presente

Raya e l’ultimo drago – La fiaba che riflette il presente

Negli ultimi tempi la Walt Disney Animation Studios sembrava essersi un po’ fossilizzata sui prodotti dal richiamo immediato e sicuro (prima con il sequel di Frozen e poi con Ralph Spacca Internet). Ora grazie Raya e l’ultimo drago, 58° titolo del canone disneyano animato (sbarcato direttamente su Disney plus) hanno scelto un deciso cambio di rotta.

In termini di ambizioni produttive, è come se la Disney si fosse resa conto che è necessario crescere e aprirsi a nuovi orizzonti. Alla ricerca di una dimensione ottimale per connettersi alle esigenze e ai cambiamenti del presente, senza tradire del tutto i motivi riconoscibili della poetica disneyana. In altre parole la favola disney prova a dialogare con la realtà di oggi e le problematiche contemporanee (socio-politiche e soprattutto culturali).

Raya e il piccolo armadillo Tuk Tuk

Nel caso di Raya e l’ultimo drago la Disney sembra voler rilanciare le sue posizioni legate al tema dell’ecologia e del rispetto per l’altro, ma questa volta immerge il suo sguardo idealizzato e propositivo all’interno di un mondo lacerato e in via di estinzione.

I regisiti Don Hall e Carlos López Estrada lo mettono in chiaro sin dall’inizio introducendo la protagonista tra le macerie di un deserto post-apocalittico.

La storia è ambientata in un mondo immaginario in cui un tempo coesistevano diverse popolazioni e culture sotto il nome di Kumandra. A garantire benessere e prosperità all’intero ecosistema, c’erano i draghi, creature dotate di incredibili poteri e col tempo ritenute essere solo un mito. Il loro sacrificio nella lotta contro i Druun (entità malvagie che si sviluppano come un virus tramutando ogni essere vivente in statua) è stato completamente ignorato dagli uomini. Tutto ciò che resta della loro magia è un’antica gemma, diventata presto motivo di discordie e divisioni tra le genti di Kumandra, tanto da causare la rottura della nazione in cinque regni distinti e ostili.

Cinquecento anni dopo il capo del Regno di Cuore, ultimo custode della gemma, invita i capi degli altri regni con la speranza di rifondare l’antica alleanza. Un grave tradimento causerà la frammentazione dell’oggetto in cinque parti (una per ciascun regno) e aprirà la strada al nefasto ritorno dei Druun.

I cinque regni di Kumandra

L’ambiente in cui su muove Raya è un mondo immaginifico che è riflesso di una realtà segnata dal caos, dall’egoismo e dall’odio. Un presente dimentico della storia in cui le nuove generazioni pagano le colpe di chi li ha preceduti. Un mondo segnato da confini e divisioni. Un reale in cui riecheggiano le distanze e gli immobilismi post pandemia e il trionfo dell’egoismo e della demagogia sulla fiducia reciproca.

L’assunto della sceneggiatura di Qui Nguyen e Adele Lim vede al centro Raya, principessa impegnata in una missione ardua ma profondamente simbolica: recuperare i frammenti di gemma per riportare in vita il suo amato genitore. Per farlo però avrà bisogno dell’aiuto del leggendario drago Sisu e di tutta una serie di personaggi secondari che insieme imparano a riscoprire il senso profondo dell’unione e della reciproca fiducia.

Il film si impone come un ulteriore passo avanti anche per quanto concerne quel tanto agognato bisogno (da parte della Disney) di aprirsi alle nuove realtà produttive all’infuori degli Stati Uniti. In questo senso possiamo definire il film di Don Hall e Carlos López Estrada un buon punto d’incontro tra poetica disneyana e cultura orientale.

Il punto che sottende questa riflessione si ricollega a quanto detto diversi mesi fa in occasione del rilascio su Disney plus del Live-action Mulan. Già lì era chiaro l’obbiettivo della Disney di realizzare un prodotto più maturo rispetto agli altri remake. Un’opera meno legata alla tradizione del classico animato e più ambiziosa nel voler ricalcare le forme e i modelli del cinema cappa e spada. Come nel film della Caro, la narrazione è molto più ridotta all’osso e improntata sull’azione. I momenti di leggerezza si alternano ad altri decisamente più contemplativi. Vi sono diverse scene che permettono di approfondire i personaggi senza la necessità di stacchi musicali tipici delle pellicole disneyane.

Raya e il drago Sisu

Kumandra è una perfetta sintesi di ambientazioni che traggono ispirazione dal Sud-Est asiatico. Così come è impossibile non notare l’assoluta rilevanza simbolica riservata dalla diegesi all’elemento acquatico, allo spirito d’unione e alla mitologia dei draghi. Aspetti che forniscono la premessa ideale per un’ambientazione dalle dinamiche fantasy e capace di svilupparsi ben oltre le pure istanze produttive. Magari attraverso input e stimoli di un immaginario mediale più vasto e articolato.

Curioso notare, a margine, quanto il tessuto del film, il suo immaginario, presenti più di un debito con il Marvel Cinematic Universe, ed in particolare con Endgame, concepito tramite uno sguardo rivolto, produttivamente, tanto all’estero quanto “in casa”. Del resto, la pellicola presenta una struttura corale, con una serie di personaggi secondari che accompagneranno la protagonista nella sua ricerca, alla maniera di una squadra di eroi. Il gruppo si muove poi in un mondo piagato da una catastrofe e stranamente “vuoto”, come la realtà del post Infinity War e deve ritrovare frammenti di un manufatto in realtà non dissimili dalle Gemme Dell’Infinito. La diegesi guarda chiaramente agli Avengers Marvel, facendo inoltre tesoro di quanto già mostrato nel precedente Big Hero 6 con un senso dell’azione ben più dinamico e fluido.

Raya e il drago Sisu

In linea con le esigenze del nuovo femminismo, c’è poi una massiccia presenza di figure femminili forti e indipendenti. Come già accaduto in Frozen, al centro della storia abbiamo due principesse, Raya e Namari che solo all’apparenza ricoprono i ruoli di eroe/antagonista. Non ci troviamo di fronte ala tipica protagonista chiamata a salvare il mondo. Raya è una giovane che agisce esclusivamente per fini personali ed egoistici, indifferente alle sorti di un’umanità che si è autocondannata alla fine. D’altro canto, Namari è una leader che pensa solo di agire per il bene del proprio regno, anche se ciò significa tradire un’amicizia.

Se Mulan si è dimostrato un prodotto tanto apprezzabile nelle intenzioni quanto discutibile negli esiti, qui tutto funziona in modo ben più solido e lineare. L’animazione riesce infatti a sopperire ai tanti limiti riscontrati nel film della Caro e a offrire uno spettacolo appagante e compatto. Il film di Hall e Lopèz di fatti combina con discreta sicurezza elementi del wuxiapian alla struttura narrativa tipica del gaming videoludico. Non è un caso che tutto lo svolgimento si basi sul continuo spostarsi da un luogo all’atro. Un andamento simile a quello del giocatore che deve superare tutta una serie di livelli di crescente difficoltà.

Raya e Namari

Se il grande merito della narrativa Disney è immergerci in mondi colorati e rassicuranti, appassionare i più piccoli con personaggi divertenti e ricchi di valori, spesso portatori di un insegnamento che possa accompagnarci anche nella vita, Raya e l’ultimo drago riesce perfettamente nel suo scopo. Il world building, il lavoro sulle animazioni e la caratterizzazione dei cinque regni sono curati al meglio. La sceneggiatura, pur rivelandosi alquanto convenzionale nello svolgimento, offre il giusto equilibrio di leggerezza e dramma.

In conclusione grazie a Raya e l’ultimo drago, la Disney sembra aver trovato il perfetto punto d’incontro tra poetica e cultura orientale riuscendo ad aprirsi ai cambiamenti della contemporaneità mediale e a parlare al giovane spettatore delle criticità del presente. Un risultato apprezzabile sotto tutti i punti di vista.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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