Per una prospettiva (neo)femminista: “The Invisible Man” e il punto di vista della vittima

Per una prospettiva (neo)femminista: “The Invisible Man” e il punto di vista della vittima

L’horror resta tutt’ora il genere più duttile e ricettivo nei confronti di quelle specifiche tensioni (sociali, politiche, relazionali) che di volta in volta attraversano il tempo in cui un prodotto audiovisivo si va a inserire. Non importa se il vettore preferenziale sia un topos narrativo ben riconoscibile, una premessa vista e rivista, un “mostro” che da piccoli ci spaventava ma di cui ormai abbiamo capito “il gioco”, perché alla fine tutto si basa sulla capacità di riflettere su uno o più macro-tematiche che poi vengono declinati (a seconda della necessità) nel genere e nei meccanismi più congeniali per provocare paura nello spettatore.

Prendere in analisi un prodotto come The Invisible Man del 2020 significa non solo comprendere in che modo i meccanismi che lo regolano sono sfruttati per creare quel piacevole senso di disagio che pone lo spettatore sempre in una posizione di incertezza verso una minaccia soprannaturale, che è poi lo scopo principale di un horror. Anzi. Nel momento in cui si entra in contatto con quel sottotesto “sociale” che si è deciso di incamerare e declinare all’interno del genere, ci si rende conto che proprio la scelta di porre un ribaltamento di prospettiva tanto radicale (figlio della volontà di intercettare le istanze più sentite delle odierne politiche femministe) porta la narrazione e (in questo caso) la stessa gestione delle scene, del ritmo e degli espedienti tipici di uno slasher a dialogare con la materia quasi in maniera “controcorrente” rispetto al classico film di paura.

Ma procediamo con ordine.

Il titolo suggerisce l’idea che The Invisible Man sia solo l’ennesimo adattamento “moderno” dell’omonimo romanzo di fantascienza scritto da H.G. Welles: uno scienziato ossessionato dal potere dell’invisibilità, una volta scoperto il siero, diviene un mostro accecato dal senso di onnipotenza derivante dal dono. Almeno nei piani iniziali, si era pensato di realizzare una sorta di reboot del classico Universal del 1933 diretto da James Whale e costituire il tassello di un progetto a lungo termine noto come Dark Universe, un “universo narrativo espanso” sulla scia della Marvel ma con i celebri mostri della serie uscita negli anni ’40 a far da protagonisti (Dracula, La mummia, Frankenstein, L’uomo lupo), iniziato nel 2017 con La Mummia, film diretto da Alex Kurtzman e con protagonisti Tom Cruise e Russel Crowe. Le cose però hanno preso una piega differente. Complice il clamoroso insuccesso del film di Kurtzman, la mancata conferma di Depp come protagonista (forse dovuta alla burrascosa vicenda mediatica a seguito del divorzio da Amber Heard) e il rischio di vedere diversi progetti in pre-produzione gettati al macero, si ricorre ad un cambio di strategia. Ed è qui che entra in gioco la Blumhouse, casa di produzione specializzata in prodotti a basso budget, non legati a grossi nomi dello star system, solidi sia in termini commerciali che realizzativi e spesso capaci di relazionarsi a quella volontà/ambizione di cui si parlava poc’anzi (pensiamo solo alle tensioni sociali dell’America post Trump raccontate in The Purge o alla questione razziale al centro di Get Out e Us di Jordan Peele).

The Invisible Man più che un semplice reebot moderno di un classico della letteratura horror, si pone allora come un ripensamento della materia che intende garantire al prodotto una risposta economica soddisfacente (incassare molto spendendo relativamente poco) e ripartire da quelle problematiche sociali che i recenti scandali sessuali e la rinascita del movimento femminista (nati attorno al Metoo) hanno rimesso al centro della discussione: la violenza domestica, la mascolinità tossica e lo stalking di cui sono vittime “invisibili” molte donne nella società di oggi.

Se nei precedenti adattamenti (oltre al classico di Whale, non si può non citare The Hollow man di Paul Verhoeven, anch’esso ambientato nel presente degli anni 2000) il protagonista era lo scienziato ossessionato dal potere dell’invisibilità, qui è la vittima a prendere in mano le redini del racconto.

The Invisible Man è la storia di Cecilia, una donna in fuga da una relazione tossica con l’ex compagno Adrian; una donna che vuole ricostruirsi una vita dopo anni di violenza psicologica di cui è stata vittima, tenuta sotto costante osservazione dalle telecamere nella villa dell’uomo e obbligata a sottostare alle continue pressioni di chi “la conosce meglio di chiunque altro”. È Cecilia stessa a dirlo allo spettatore nel momento in cui le viene chiesto di raccontare la “sua” versione dei fatti: «Aveva il controllo su tutto, me inclusa. Controllava il mio aspetto, cosa indossavo, cosa mangiavo. Controllava quando uscivo di casa, quello che dicevo, persino cosa pensavo

La notizia dell’apparente suicidio di Adrian potrebbe essere la svolta tanto attesa per Cecilia che ha paura di uscire da casa e non ha basi solide da cui ripartire se non la presenza della sorella Emily e la solidarietà dell’amico James e della figlia adolescente di lui, che l’hanno ospitata in casa loro. Cecilia prova ad essere indipendente, a farsi assumere presso uno studio di architettura e a ripartire da zero, ma la presenza invisibile dell’uomo continua a tormentarla, a spiarla, a farla vivere in uno stato di continua oppressione fino a farla passare per pazza agli occhi delle persone che le stanno vicino, a isolarla e infine ad avere potere sulla sua vita. I resti del trauma vengono sottolineati proprio nel momento in cui vediamo la donna terrorizzata all’idea di uscire di casa, di parlarne con la sorella, di essere giudicata.

Il legame con Adrian, bel al di là del fattore “sovrannaturale” del racconto, (soprav)vive proprio intorno all’assenza dell’uomo, che continua ad avere una sorta di influenza psicologica anche al di fuori delle mura domestiche e che si manifesta nella paranoia di Cecilia di sentirsi osservata, violata nella propria intimità, persino nei propri pensieri. Dalle parole di Cecilia, ne esce fuori il racconto di come Adrian sia un abile manipolatore, capace di entrare nella testa delle persone, di piegare i fatti a suo vantaggio; uno che ha il denaro e la giusta credibilità per aggirare la legge.

Il controllo è qui è legato a doppio filo proprio a partire da un discorso sulla “visibilità”. Le telecamere all’interno della casa, riflesso metaforico della “mania” da controllo di Adrian, rappresentano l’unica chiave per uscire dalla villa-prigione in cui Cecilia si sente rinchiusa e violata: come a suggerire che è necessario ribaltare il regime scopico dall’interno per non esserne assoggettati.

Il racconto è dunque quello di una donna che deve imparare a reagire contro una violenza che nessuno vede, a combattere un “mostro” che fa paura perché non sappiamo neanche noi dove guardare. Dunque l’aspetto davvero rilevante nel film di Whannell (che più volte ha dichiarato di essersi basato su diverse testimonianze di donne vittime di stalking) è nella scelta di aver ribaltato il punto di vista della storia, sposando totalmente lo sguardo di Cecilia e il suo stato d’animo rispetto a quanto le accade: l’incertezza costante, la paranoia e lo sconforto di non essere creduta crea quel necessario senso di empatia tra lei e il pubblico che poi va a reindirizzare anche lo stesso meccanismo che sta alla base del film.

Lo stesso utilizzo dell’effetto sorpresa, del jump-scare, strumento preferenziale per terrorizzare il pubblico approfittando proprio dell’incapacità di vedere la minaccia, è usato al minimo. Alcune scene sono costruite a partire dai tempi morti. Si punta dunque ad un livello di paura che non agisce attraverso la violenza, il sangue, la fisicità del mostro, ma si tenta una strada più difficoltosa in cui la tensione si intensifica proprio nei tempi lunghi e distesi mentre l’orrore si annida all’interno delle mura domestiche come una presenza spettrale.

L’invisibilità (non a caso) non è più il risultato di una formula, ma di una tuta tecnologica costruita di tante minuscole videocamere che guardano, distorcono e nascondono l’immagine di chi la indossa. L’unico modo per lottare e reagire da parte della protagonista è diventare agente attivo dello sguardo, sovvertire dall’interno il regime scopo che le viene imposto. Ecco dunque che The Invisible Man sembra ripartire da un ribaltamento non troppo dissimile da quello di Revenge di Coralie Fargeat: se lì il cambio di prospettiva agiva attraverso le dinamiche dello sguardo all’interno dello schema preda/cacciatore e utilizzava il corpo come vettore preferenziale; The Invisible Man riparte dal mezzo (dal cinema), per raccontare il controllo maschile esercitato sul soggetto femminile a partire dal potere sulle immagini, sulla visibilità e il suo contrario, ponendosi anche come riflessione sul dispositivo come meccanismo illusorio, ingannevole e riflesso di una realtà mai afferrabile, ma solo controllabile (se si ha il potere).

Se di fatto Jason Blum è l’eminenza grigia che agisce alle spalle per “salvare capra e cavoli”, adeguando l’operazione ad un utilizzo modesto degli effetti speciali e all’intuizione di “cavalcare l’onda” proponendo un prodotto chiaramente orientato verso le istanze e le prerogative dei nuovi movimenti femministi, sono due i fattori determinanti su cui The Invisibile Man rilancia le proprie ambizioni.

Il primo è la messa in scena di Leigh Whannell, già sceneggiatore (nonché seconda mente creativa insieme a James Wan) dei migliori capitoli della saga horror Saw e nonchè regista di Insidious 3 e di Upgrade, che non solo sa gestire i colpi di scena senza buttare tutto in confusione, anzi prestando bene il giusto spazio ai personaggi e alla loro evoluzione psicologica, ma sfrutta l’occasione per proseguire un suo personale discorso sul legame tra l’uomo e la tecnologia dando così nuova linfa al genere. E lo ripartendo proprio da quelli che sono i sottogeneri preferenziali; non a caso qui torna sia l’home invasion di Insidious 3 che il body horror e il setting sci-fi già visto in Upgrade. Proprio qui, in quest’ultima considerazione, si cela l’aspetto più pregnante di The Invisible man: la sua natura di B-movie puro e semplice ma capace di dialogare con il proprio tempo, di attualizzare il classico, di gestire gli espedienti senza snaturare sé stesso, senza cadere nella trappola di una retorica a buon mercato o di un moralismo fin troppo semplicistico.

L’altro è nella caratterizzazione di Cecilia, interpretata da una notevole Elisabeth Moss. La protagonista non è la tipica final girl, ma una donna qualunque, che porta su di sé i segni di un uomo che vuole solo possederla e che la rinchiude in un ruolo sociale a cui sottostare.

The Invisible Man si pone come uno degli horror più importanti di una stagione cinematografica “fantasma” e all’interno delle riflessione sul cinema di genere che intende dialogare con la contemporaneità.

Rilancia il potenziale inespresso del Dark Universe riuscendo sia ad inserire il “mostro” in una cornice moderna e adeguata al tipo di narrazione che si è deciso di portare avanti.

Si pone come progetto mainstream in cui tornano tutti i classici espedienti del classico letterario e delle sue trasposizioni cinematografiche, senza paura di giocare con i tempi lunghi, di lavorare in sottrazione, di andare in controtendenza e di sfruttare con intelligenza gli strumenti che fanno parte del nostro quotidiano e con cui ci interfacciamo costantemente, come uno smartphone, le telecamere digitali e altri dispositivi di visione.

È probabilmente uno dei migliori risultati raggiunti dalla Blumhouse che, nonostante la mancata distribuzione a livello mondiale; una reinvenzione intelligente, minimale e robusta dello slasher; un prodotto di narrazione femminista capace di raccontare lo stalking e il controllo sull’immagine proponendo anche una puntuale riflessione sul “vedere” all’interno del mezzo-cinema.

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta

Laura Sciarretta: (14 dicembre 1988) è laureata in Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma dove approfondisce le proprie conoscenze umanistiche. Dopo un periodo un po’ complesso, frequenta il corso magistrale in Spettacolo teatrale, cinematografico e digitale, sempre alla Sapienza, dove si laurea in forme e modelli del cinema italiano. Nel frattempo inizia alcune collaborazioni, ricordando in particolare l’esperienza formativa e indimenticabile con il portale on line “Rear Windows”, per cui scrive diversi articoli e collabora attivamente dal 2014. Le viene proposto di entrare a far parte di “Liberando Prospero” verso la fine del 2018. Visti gli obbiettivi del collettivo, tra cui la comune volontà di proporre analisi, prospettive e riflessioni nuove e sempre attente al contesto culturale e ricettivo, alle tendenze e al pubblico con cui l’arte, il cinema, il teatro, la serialità televisiva e i nuovi medium entrano in comunicazione, coglie questa opportunità con ritrovato e genuino entusiasmo.

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